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Prìncipi e princìpi

C'era una volta un aitante giovanotto romagnolo, che per disgrazia faceva di nome Amleto: proprio come quello di Shakespeare. Capirai, che disgrazia. Ma gli amici di sempre, per quanta buona volontà ci mettessero, non glie la facevano a perdonargli quel nome così letterario. E così, al bagno dell'Alfonsa, Amleto era conosciuto da tutti come il Princìpe. Proprio Princìpe, con l'accento sbagliato e la lettera maiuscola. Va bene, i suoi amici di buona volontà potevano mettercene anche di più, ma non dimenticarti che erano romagnoli anche loro, dopo tutto.
Capitò una volta, come capitava poi spesso da giugno a settembre, che dalle parti del bagno dell'Alfonsa arrivarono a frotte i turisti. Ce n'erano di tutti i tipi e di tutte le specie, dagli stagionati stagionali di Torino ai piccoli branchi di neomaturati ormonizzati di Bologna, dalle ridenti famigliole milanesi con pupi a scarico alle oniriche colonie di biondissime bielorusse. I rapporti di buon vicinato che si andavano a stabilire tra le varie etnie erano sempre gli stessi dai secoli dei secoli: le famigliole ridenti scaricavano i pupi agli stagionali stagionati, mentre percorrevano maratone su maratone lungo quel bagnascuga che già da allora era sempre tutto uguale da Comacchio a Gabicce, e gli ormonizzati neomaturati collezionavano reiterati rifiuti dai biondissimi clan d'oriente, con tanto di risatine d'accompagnamento, pure bionde. Il copione si ripeteva: non proprio come quello di Shakespeare.
In mezzo a tutta questa sarabanda, il nostro Princìpe non poteva mica passare inosservato: aitante e romagnolo come mamma l'aveva fatto, era una delle principali attrazioni del bagno dell'Alfonsa, almeno per una buona metà del pubblico. Ai pupi a scarico, ovviamente, non interessava né tanto né poco, né glie ne caleva qualcosa alle rispettive famigliole ridenti disperse dalle parti di Marina Romea, indossavano un costumino blu. Qualche stagionata, di tanto in tanto e di nascosto dal consorte, l'occhio ce lo buttava: così, sol per amor dell'arte. Diciamo che Amleto calamitava, per ragioni opposte ma non poi così distanti, soprattutto i sospiri biondi dell'est e i conseguenti mugugni ormonici dei felsinei.
In quell'estate baciata dal sole e dal sale, allora, avvenne che Amleto si trovò in più di un'occasione a tu per tu, o meglio a tu per voi, con qualche bionda rappresentanza diplomatica postsovietica, variamente nutrita a seconda delle diverse situazioni: sempre e comunque sotto gli occhi di tutti, perché il baffuto e corpulento alfiere della delegazione straniera non avesse di che biasimare il Princìpe, che comunque si comportava immancabilmente come un vero galantuomo di Romagna. Finché un bel giorno avvenne il fattaccio: ché un fattaccio te l'aspetti, altrimenti non saresti arrivato a leggere fin qua senza lamentele.
Un bel giorno, dunque, delle levantine in spiaggia ne mancava soltanto una: la più bionda. Ed anche dei romagnoli in spiaggia ne mancava soltanto uno, quel bel giorno: il Princìpe. Era già sera quasi fatta e finita, e le piadine e i crescioni già sfrigolavano nei chioschetti agli anogli del lungomare, quando i due fecero la loro monumentale comparsa sul litorale, a brevissima distanza l'uno dall'altra. Sotto gli occhi baffuti del portabandiera, tra i sommessi muggiti d'invidia degli sbarbatelli, in mezzo a bionde occhiatine d'intesa cirillica e a romagnoli sguardi marpioni. Nessuna notizia, come ovvio, degli stagionati stagionali, già cenati da un paio d'ore, e delle ridenti famigliole satellitari rinvenute da poco in quel di Cattolica. Ai pupi a scarico, ovviamente, non interessava né tanto né poco.

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3 commenti:

  • Anonimo il 25/11/2011 20:27
    niente male, divertenti i giochi di parole seminati qua e la!
  • Anonimo il 15/02/2011 23:08
    Bel racconto scritto bene

    Suz
  • Rocco Burtone il 27/06/2009 16:11
    Fortissimo. Proprio piaciuto. Ciao

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