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nino

Più che una preghiera, era un intero salmo, quello che Nino stava recitando a denti stretti. Un accurato e silenzioso appello a dio, affinché qualcuno facesse finire la guerra ancor prima che lui si potesse accorgere di esserci in mezzo. Camminava così, mesto, lungo via Cairoli, lato illuminato dai lampioni sul versante del lungo Po. La divisa gli stava addosso un po’ troppo appiccicata, costringendolo a passi nervosi ed esitanti. Era largamente in anticipo sull’orario di cerimonia. I pochi minuti rimasti liberi li voleva impiegare per sé. Non era andato a puttane la sera prima, era ben sveglio e riposato.
Un leggero sorriso, quasi una smorfia, gli attraversava le labbra, storcendole in un ghigno di soddisfazione. Tutto lì intorno aveva una patina reale. Si sentiva sicuro di sé, dopo che, in mattinata, aveva fatto visita a Superga. Da lassù, contemplando il grigiore operaio di Torino, aveva ritrovato la fiducia nel futuro. Osservando da lontano tutte le colline tappezzate di vigne, scorgendo macchine e tram in azione, immaginandosi gli Agnelli a spasso tra la gente, chissà perché ma aveva avuto l’ardire di intonare col pensiero una canzone. Si trattava di Edith Piaf. La vie en rose. Con tutta quella guerra attorno, dentro la sua testa rimbombavano parole dolci di libertà. Non sognava la Francia, le sarebbe bastato tornare a casa dalla sua bella. Che, sicuro, gli avrebbe cucito un vestito su misura, mica come quella divisa stretta ai fianchi e soffocante sulle caviglie.
Ora invece stava proprio rivolgendosi al cielo. Non credeva alle parole di Mussolini. Troppe volte lo aveva deluso, stava quasi pensando di tornare tra le larghe braccia socialiste. Lui voleva fare semplicemente il suo lavoro: non certo l’aviatore, ma tagliare e levigare per bene il legno, riparare imposte e finestre, costruire mensole, tirar su mobili come querce secolari. E poi voleva sposare la Gina. Non per qualche ragione speciale, ma perché si sentiva pronto per figliolanze, nipotame, cose così. Lungo il suo breve percorso non aveva incontrato anima viva. Solo case, vecchie case, o nuove palazzine popolari costruite col beneplacito fascista.
Un passo dopo l’altro, si avvicinava a piazza Vittorio Veneto. Sotto gli occhi alteri del re, avrebbe dovuto giurare la sua fedeltà allo Stato italiano. Italiano o fascista? Era indeciso. Fuggire al giuramento? Non sarebbe stato un buon soldato. Ma più d’uno l’aveva già fatto, e anche amici suoi si erano mostrati renitenti alla leva. Lui perché aveva resistito? Ricordava l’addestramento a Mirafiori, dormire steso sul pavimento freddo, in stanze enormi e senza riscaldamento. Aveva sempre conservato una cocciutaggine fuori dal comune. Era figlio di contadini dalle mani enormi e pesanti, e dal bicchiere facile. Lui era stato allevato colla medesima dura scorza da montanaro, quasi da bifolco, ma al posto delle mani aveva ricevuto delle cesoie. Un dono. Faceva del legno ciò che voleva, un po’ come Schiavio e Meazza col pallone. Perché sono qui, dove sono?, si chiedeva ripetutamente. Suo cugino glielo aveva proposto: vieni con me. I comunisti conoscono tante canzoni francesi, gli aveva detto aprendogli il cuore. Ma Nino aveva paura di morire.
Si fermò un attimo ad ascoltare il Po. Mentre tutta quella mole d’acqua scrosciava limpida nelle sue orecchie, a sovrastare il rombo dei motori Fiat, chiuse gli occhi e strinse la testa tra le mani.
Una fitta di auto commiserazione gli premette sulle tempie. Cercò di non piangere.
Scese le scalette, e si addentrò nei Murazzi: un bicchiere di vino, ecco cosa gli ci voleva.
Fece cenno al barista, che ore sono?, e allora me ne porti un altro.
L’alcol gli dipinse le guance di uno strano color verdone.
Ripensò a quella bella canzoncina di Edith Piaf. Non conosceva affatto il francese.
Ma quelle strofe, quelle note, parlavano di un’altra vita, di un altro colore, che non fosse il giallastro monotematico e dominante di quel primo pomeriggio novembrino.
Quella melodia lo irretiva, e lo faceva sentire bene.

 

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1 commenti:

  • Marcello Insinna il 30/10/2011 10:26
    Una intensa descrizione di sensazioni e stati d'animo in un momento particolare. Mi piace.

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