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Io e l'altro

Una volta mi piaceva tanto pedalare, andare in bicicletta e pedalare in mezzo al giallo del grano, dove il sole batteva tanto forte che in mezzora ti ustionavi la pelle; così inforcavo la bicicletta e pedalavo sotto il sole che in mezzora ti ustionava, in mezzo al giallo del grano e al rosso della terra. Sperando di non cadere, perché la terra era così secca che se cadevi altro che terra, sembrava asfalto! Ogni volta facevo la stessa strada: arrivavo sopra la collina, mi godevo il silenzio e poi scendevo dall’altra parte, all’ombra, e c’era un rudere di una vecchia casa che mi faceva paura, era troppo losco per i miei gusti, e poi c’era sempre qualche oggetto spostato…
Un giorno decisi di entrarvi, così perché era il momento di farlo! Tremavo dalla paura, il cuore a mille, poi un lamento, proveniva da una botola incavata nella terra, o meglio, proveniva dal bambino dentro la botola incavata nella terra, lo presi e me lo portai appresso, io che pedalavo e lui con gli occhi chiusi seduto sul portapacchi a fare il pacco, che poi gli stava bene come parte, tanto piccolo e magro era!
“Grazie” Mi disse. Grazie di che? Che ne sai? Che ne sai di dove ti porto e delle intenzioni che ho? Che ne sa, dico io, lui di cosa faccio? Non lo so neanche io! Certo adesso mica potevo portarlo in casa e dire a mamma che rimaneva in vacanza da noi, eh, che gli dico? Decisi di nasconderlo dentro l’armadio delle mie cose private, certo, si stava un po’ stretti, però sempre meglio del letamaio da dove è sbucato! Il giorno dopo saremo partiti io pedalando e lui sul portapacchi a fare il pacco. E il giorno dopo partimmo, e arrivammo, non a Roma come dice la canzone, ma al porto di Palermo, e via, dentro la nave più vecchia e scassata, lontano di casa. La nave partì, con noi dentro, Filippo (il ragazzetto) si addormentava sempre, in qualunque posto si trovasse, e russava, russava così forte che sembrava una trebbia, logicamente tutta la gente si voltava verso di noi, lui che russava e io che a forza di calci lo svegliavo… “Hai russato cos…” e si riaddormentava, l’unica cosa che lo teneva sveglio era la musica dal vivo, anche se era la ninna nanna, bastava che fosse dal vivo e lui si metteva a ballare, sempre allo stesso modo, come un robot impazzito, ma ballava come nessuno al mondo, abbracciando il suo pappagallo di lana tutto zozzo, e girava e saltava e… mi ritrovai a pedalare sotto il sole che ti ustiona in mezzora, in mezzo al giallo del grano.

 

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4 commenti:

  • Len Hart il 16/06/2009 01:43
    great!!!
  • Donato Delfin8 il 31/05/2009 12:14
    bello
  • Davide Bertini il 19/03/2009 16:38
    Mi è piaciuto il tuo racconto. Mi ha riportato alla mente bei ricordi. Bello!
  • Alberto Veronese il 18/03/2009 06:13
    molto piaciuto. comlimenti. ciaociao

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