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cap. 3 -In volo-

Avevo lo sguardo perso nel vuoto, pensavo, riflettevo. Sono le 7 e mezzo di una caldissima sera di agosto. Fuori queste mura c’è il mondo, il movimento, la vita, io invece sono fermo, seduto su una sedia. Di fronte a me libri, tanti libri, ho tanto da studiare, ho un esame da preparare, ma non ho voglia. Domani sarà un grande giorno per me, sarà un appuntamento che deciderà le sorti della mia vita. Ci sto lavorando da molto tempo, circa tre mesi, e domani dovrò dare prova delle mie conoscenze. Nonostante tutto, sono ancora seduto con lo sguardo perso nell’infinito dei mie pensieri. I miei genitori sono stati chiari fin dall’inizio, ricordo ancora le parole di mia madre:” se non concludi niente all’università, di certo non vivrai a spese mie”. Quelle parole mi facevano paura, ancora adesso mi capita di risentirle e di ripensarci. Se le cose andranno diverse dal previsto sarò costretto a lavorare, ad organizzarmi una vita, a pagarmi le bollette, ad avere tante responsabilità. Mamma aveva ragione, ultimamente non stavo studiando, ero alla ricerca di distrazioni: donne, divertimento, riposo, nel mio mondo non c’era posto per l’impegno, lo studio. Di certo non avrei potuto continuare a vivere così, alle spalle dei miei genitori, che con tanti sacrifici, hanno sempre cercato di accontentarmi, rendermi felice. Non meritavano tutto questo. L’ avevo dimenticato. La voglia di fuggire dalla solita realtà, dalle solite persone, dal solito ambiente chiuso e ristretto, avevano preso in me il sopravvento, facendomi vedere l’università come un paradiso felice, come il paese dei balocchi. Mi sbagliavo. Avevo fatto male i miei calcoli, sottovalutato la situazione.
-Francescooo è pronta la cena!
Era Gigi, aveva preparato lo sformato di patate. Vado pazzo per la cucina di Gigi ma questa sera non avevo fame. In cucina era tutto pronto per mangiare Gigi e Luca erano seduti in sala, aspettavano con la birra alla mano il fischio di inizio di una importantissima partita, forse gli Europei.
-Ehi raga, esco non ho fame, grazie lo stesso per la cena, a domani-
Mentre aprivo il portone, hanno staccato gli occhi da quella scatola infernale e mi hanno osservato. Si erano accori che qualcosa in me non andava, che domani sarebbe stato un giorno importante, ma non hanno mosso un dito per me, non arrivavano di certo a capirmi. Per loro ero una semplice persona che li aiutava a dividere le spese della casa, niente più. Con loro non ho mai avuto un buon rapporto, un po’ perché, non ci vediamo mai, un po’ perché anche io sono una persona abbastanza chiusa e timida.

Ho chiuso il portone, e con esso ho sperato di chiudere almeno per questa sera con tutti i miei problemi, le mie paure e incertezze che ultimamente mi assillavano. Avevo bisogno, di sfogarmi.
Solitamente quando ho bisogno di un po’ di tempo per pensare, prendo la bicicletta e mi faccio un giretto serale per la città. Vado prima in centro, passo per il corso principale per poi arrivare in spiaggia. Il cielo stellato, la sabbia, le onde mi rilassano, mi fanno sentire calmo e tranquillo. Questa sera c’è un cambio di rotta. Ho voglia di rimanere solo. Per cui niente giretto per la città, solo mare.

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