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Un lungo cono d'ombra

In genere se posso dormire fino a tardi la mattina lo faccio più che volentieri, perché sono uno che, tra una scusa e l’altra tira sempre tardi la sera. Stamattina è andata diversamente però. Ho cominciato a rigirarmi nel letto verso le cinque e mezza, ho combattuto con cuscino e lenzuola fino alle sette e poi mi sono alzato, con quel brivido che di solito mi scuote le ossa quando non ho riposato bene. Nella stanza filtra già la luce di luglio dalle tapparelle sgangherate, con quel pulviscolo svolazzante che seguiva traiettorie irregolari, tanto insensate da sembrare perfettamente logiche.
Ancora intorpidito nel letto, con la schiena faticosamente trascinata sulla spalliera, vedo le sagome dei libri e dei quaderni sparpagliati sulla scrivania dalla sera prima, con uno strano odore di chiuso e di inchiostro che impestava l’aria della stanza. Mi sono alzato bruscamente e mi è girata la testa tanto da farmi appoggiare al muro. Un’occhiata: nessun segno di Serena; un’altra occhiata per sincerarmi: alcune cartoline ammucchiate sul bracciolo della poltrona in soggiorno: ecco l’indizio della sua presenza. Ho ancora nella testa la sua voce roca che canzonava le dediche scritte sul dorso delle cartoline: baci e abbracci da Cattolica; Un fresco saluto da Cortina; Saluti da un posto stupendo (uno stronzo che era stato a Washington). Stava seduta proprio lì Serena con le sue gambe accavallate e io ero così intronato e preso da tutte le mie carte da non notare quello che di solito in una donna mi eccita di più: il bianco delle ginocchia piegate, la curva che le gambe di una donna disegnano quando sono aperte e piegate ad accogliere un uomo.
Ho guardato l’appartamento con occhi diversi e mi sono sentito solo: senza un fratello, senza una famiglia; c’è un quadro, un solo quadro, l’unico che sono riuscito ad appendere che mi guarda e mi dice che sono un cretino. Pare un paesaggio, ma il colore è steso così male che potrebbe essere qualunque cosa: io mi sono convinto che è il parco di Monza, con un tratto di Lambro reso da quegli sbaffi acquosi che danno tanto l’idea di essere delle pennellate fuori controllo.
Comunque ormai è andata. Ho provato a prendermela con me stesso pensando al modo più congruo per farmela pagare, ma ho desistito dopo poco; mi sarei accontentato di preparare da me la colazione per punirmi. È suonato il citofono proprio mentre stavo tentando di rimettere un po’ di cose a posto: tutte le riviste buttate in giro, qualche libro e briciole, un’invasione di briciole che stava colonizzando il divano e buona parte del pavimento. Era Ciccio che mi aveva portato i demo da ascoltare come gli avevo chiesto. Per una volta tanto si è ricordato di fare una cosa, dico una che gli ho chiesto e io non ero nemmeno pronto a dovere per festeggiare il momento. Ho arraffato una maglietta e un paio di pantaloni che giacevano senza troppe speranze pressati sotto una pila di cuscini. È salito Ciccio e subito mi ha detto di andare a fare colazione insieme che i demo li avremmo ascoltati dopo. Aveva ragione, il fatto è che di solito sono abituato a scattare perché all’ora in cui mi alzo usualmente non resta molto della mattinata; allora ho infilato le scarpe e sono sceso in strada, ancora una volta stordito dal sole e dal caldo di quest’estate a cui fatico ad abituarmi. Mi dice: “Dove andiamo a fare colazione?” Gli rispondo: “L’unico aperto è il Colombo.” Il bar più costoso della città ma non avevamo alternative; ho controllato nel fondo delle tasche e avevo ramini e una patacca da un euro e forse forse sarei stato anche in grado di prendere un cornetto. La panna no, la panna era da escludere.

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3 commenti:

  • Fabio Solieri il 19/01/2013 18:34
    Dall'inizio ci si aspetta chi sa che, scritto piacevolmente scorrevole, ma deludente il contenuto storia con poco sugo, neanche un brodino da cena leggera. Solo un mio parere?
  • Dora Forino il 20/06/2011 09:41
    Un buon racconto ampiamente descrittivo. Lettura piacevole.
  • NICOLA RICCHITELLI il 02/02/2009 11:22
    Bel racconto

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