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La Ford '32

La Ford del 1932 era assai vecchia, quasi un’auto d’epoca, eppure tutti i ragazzi ne erano affascinati. Sarà stata forse la vernice nera opaca o la mancanza dei parafanghi che lasciavano scoperte le gomme, vecchie e lise con il profilo bianco, a dare l’impressione di vissuto. Probabilmente l'auto rappresentava qualcosa che, nell’immaginario collettivo, doveva aver macinato migliaia e migliaia di miglia, percorrendo in lungo e in largo gli Stati Uniti. E così era.
Robin l’aveva vista rientrando da scuola sul marciapiede davanti alla malandata saracinesca di una vecchia officina. Cosa avesse di così tanto interessante quel catorcio, neppure lui lo sapeva. Ad ogni buon conto si ripromise, non appena ne avesse avuto la possibilità, di acquistarlo. Il primo passo da muovere era quello di scoprire il legittimo proprietario.
La Ford si trovava lungo la strada che portava all’emporio della piccola cittadina, in una zona dimenticata dai comuni mortali, tra vecchie case pericolanti e baracche di legno abitate perlopiù da negri dediti alle più disparate attività illecite. Nella strada accanto abitava Robin con la sua famiglia. Il padre, la madre e la sorella gestivano il fast food che si trovava all’interno del Drive-in. Insieme mandavano avanti a fatica la sorte di quel malandato e umido buco, dai muri intrisi del dolciastro odore di olio fritto, ma questo a Robin poco importava. Il suo unico pensiero era rivolto a quel piccolo spazio, a quei pochi metri di marciapiede sopra i quali sostava, da diversi giorni, lei, la sua auto. Fantasticava ormai senza sosta sui probabili viaggi e incontri che quella Ford poteva aver fatto. Più volte l'aveva immaginata, guidata da un vecchio psicopatico in Texas, lungo la mitica Route 66. Sullo sfondo della scena, appariva il Cadillac Canyon con le sue variopinte auto impiantate verticalmente nel terreno. E lei, vestita di quel nero opaco, con le gomme dalla fascia bianca con al centro la calotta cromata, sfrecciare a gran velocità verso chissà quale meta. Un'atmosfera surreale, ulteriormente impreziosita dalla palla di fuoco rossa che, nel più bel momento della giornata, appariva all'orizzonte. I suoi tenui raggi illuminavano lei, i cactus, la strada, la sabbia rossa del deserto e i rovi che, simili a balle di fieno, attraversavano la strada spinti dal dolce e caldo vento della sera. Robin aveva solo undici anni e una vita ancora tutta da scoprire. A quell'età era probabilmente più attratto dalle emozioni e dalle immagini reali, piuttosto che da riflessioni profonde e razionali e quell'auto, dalla sua testa, non se ne voleva proprio andare.
Dei fatti a venire poco o nulla vi saprei raccontare e di questo me ne darete atto sicuramente più avanti. Dopo gli studi Robin si creò una buona posizione nel campo del lavoro, si sposò felicemente ed ebbe due splendidi bambini. Di tanto in tanto, ancor oggi ripensa a lei, la sua auto, ma ora quello che più lo tiene sulle spine è il mistero del proprietario, cosa che non gli fu mai possibile scoprire. E di lei, dopo quelle sei settimane su quel marciapiede, non se n'è saputo più niente.
Quella maledetta strada, con i suoi poveri diavoli, dove tutti si conoscevano, ma ognuno pensava per se. Si andava e veniva per la via senza parlare, sentire e soprattutto vedere, il tutto in quel perfetto spirito di omertà al quale pure la polizia, per quelle poche volte presente, si rimetteva. L'America, gli Stati Uniti, la grande nazione, la superpotenza, il paese democratico del quale se ne professa ancor oggi a spada tratta, l'uguaglianza, ma che in quel momento si era dimenticato di un suo figlio che l'aveva sempre servito, rispettato e che per lui, aveva rischiato la vita in quella lurida guerra in Vietnam, un povero negro. Non sto parlando di un eroe, ma di me stesso. Io, proprietario di quella Ford, quelle tristi sei settimane le passai disteso sul pavimento di quell'auto. Un infarto. Nessuno se n'era accorto o aveva preferito non accorgersene, ma questo Robin non lo ha mai saputo.

 

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