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La notte che l'alba non venne

Mi piace divagare. O forse no. Forse preferisco concentrarmi su un solo argomento ed esplicarlo ben bene, senza lasciare dubbi, senza che rimanga spazio per le domande. Ma adoro la gente che non sa dove andare a parare. Quelli che saltano di palla in frasca, senza arrivare a nessun dunque, quasi che sembrano credere che ogni cosa sia importante come qualsiasi altra e le priorità non esistano. Quelli che si domandano con la stessa necessità di trovare risposta, se è bene trovare in fretta un nuovo lavoro e cosa cazzo gli era saltato in mente agli egiziani di tirarsi fuori il cervello dal naso. Le chiederò di sposarmi? Quanto poteva spaventare la miopia prima che fosse diagnosticabile? Chi ha deciso che dovesse essere il tabacco e non la melissa? È davvero necessario che io smetta di bere? Hammurabi di che schieramento politico farebbe parte? L'ultima sigaretta e poi mi defenestro.
Quando i pensieri diventano vortice e spazzano via il sonno, un essere umano può rischiare allo stesso modo la follia e l'ascetismo. Quell'uomo rischiava più la demenza che altro...
In verità non mi piace granché divagare. E forse nemmeno la gente che divaga. Ma quelli che si fanno domande inutili li adoro. Quelli che si fanno rubare il tempo dai muri di una stanza, che sprecano la loro vita a fissare un soffitto. Che riempiono di valore una sigaretta. Quelli mi fanno impazzire. Quella manica di disperati che la società non sa distinguere, i disgraziati che non sanno come si dorme o che si lanciano dai ponti con un sasso legato al collo e poi stracciano la corda e tornano su solo per il piacere di rigettarsi. O le persone che si incrociano per la strada mentre parlano con l'aria, molto prese da quel che dicono. Vorrei sapere come fanno. Quali sono i gangli che regolano i loro pensieri. Trovo la loro necessità di pensare a qualcosa di importante e non riuscire mai a trovarla, con la conseguenza di divagare all'infinito, estremamente interessante. Per questo ho voglia di raccontare una storia che non va da nessuna parte, su un uomo che non sapeva dove andare a parare, immerso in pensieri che lasciano il tempo che trovano. Quella che fu l'ultima notte di Jerico.

A un uomo ci vogliono mediamente sette minuti per addormentarsi. Dopo essersi coricato ed aver spento la luce, Jerico iniziava a contare. Tutte le sere. Ritenendosi enormemente fuori dalla media, ne contava quaranta di minuti, secondo per secondo, duemilaquattrocento numeri ripetuti nella testa a tempo di lancetta. Finiti quelli, senza batter ciglio, si alzava e si accendeva una sigaretta, ingannando il buio in attesa dell'alba.
Quella particolare notte ne contò sessantadue di minuti, perché a un certo punto si era distratto e aveva dovuto ricominciare da capo.
È una cosa piuttosto inutile. Anzi, peggio che inutile. Contare i minuti può essere addirittura controproducente per chi vuole prendere sonno e sa di non potercela fare. Ma Jerico non nutriva speranze in quel senso, per lui contare fino a duemilaquattrocento era solo un alibi per la coscienza. Un modo per poi poter dire: "Bhe, io ci ho provato."
Si era distratto pensando a lei. E anche dopo essersi acceso la sigaretta si ritrovò a pensare alla stessa cosa. A lei. Ultimamente gli capitava troppo spesso. Così come troppo spesso gli succedeva di non dormire per notti intere. E troppo spesso si ubriacava fino a stordirsi. Troppo spesso finiva le sigarette. Troppo spesso aveva voglia di piangere. O di urlare. E un sacco di altre cose meno innocue. Davvero troppi troppo spesso.

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