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Fiabe moderne

Chiudere gli occhi: viaggiare con la mente e le emozioni e perdersi dentro un turbine di pace e di sazietà in luoghi lontani, meravigliosi, dei quali poter sentire quasi gli odori. A volte anche gli adulti hanno bisogno di sognare, fantasticare viaggi per terra e/o per mare alla scoperta di tesori nascosti e perduti oppure alla ricerca di castelli, di fate e dame che possano trasformare le speranze in realtà. Questo lo sapeva anche Viorel, scribacchino di Bucharest e professore quarantenne di lingua e storia rumena senza un soldo ed, ahimè, senza più nemmeno una classe. La sua ultima lezione l’aveva tenuta ben un anno prima ad un gruppetto piuttosto colorito di 20 ragazzi che aveva imparato a conoscere ed a apprezzare con gentilezza e rispetto reciproci ma che ormai gli sembravano solo un elenco di nomi sbiaditi e di immagini informi. “Chissà…” così pensava emettendo l’ennesimo sospiro guardando fuori dal finestrino. Finita l’intensa esperienza da docente (durata in realtà solo cinque anni) con il mancato rinnovo del contratto per gli insegnanti in “esubero” -così ufficialmente attestava la lettera di licenziamento che gli aveva restituito la libertà- egli era tornato al suo paese natale, Băneasa, da sua madre, per starle accanto negli ultimi anni che le rimanevano. Anche sua madre però bene presto lo aveva reso libero e tra il grigiore dell’asfalto malmesso ed il rumore sordo degli atterraggi degli aerei, infine decise. Già, era ora di cambiare e di lasciare quello strano paese della gioia per lidi sufficientemente vaghi per non affezionarsi né sentirsi troppo straniero. “Herr, ticket bitte!” Viorel ebbe un sussulto ridestandosi dai propri pensieri. Il capotreno gli era innanzi con sguardo indagatore e con blocchetto e penna nella mano alquanto impaziente. La realtà cominciava a rivendicare un posto nella sua vita. “Herr, Kann ich sehen seine ticket?” “Ja, ja…. Entschuldigung”. Velocemente tirò fuori dalla tasca il biglietto del treno e lo porse all’inquisitore con la carta d’identità. Il capotreno li prese e dette un’occhiata veloce alla foto. “Lei è rumeno, quindi?” Gli formulò la domanda nella sua lingua madre ma con un tono che a lui sembrò quasi denigratorio benché fosse in verità sorpreso che il romeno fosse già divenuto una lingua abbastanza conosciuta. “Si, sono di Bucharest.” Il nervosismo aumentava. “Si sente, per via dell’accento…. Spero che si troverà bene nella nostra patria, così come noi con lei….” Lo interruppe senza pensare di poter risultare affatto maleducato. “Veramente, non credo che mi fermerò in Germania, vorrei proseguire e stabilirmi presso alcuni amici a Parigi, almeno per i primi tempi….”. Chiuso il discorso, basta domande perché sono fatti miei. Questo gli avrebbe detto se avesse continuato ad incalzarlo. Il capotreno stizzito decise quindi di mollare la preda e proseguì il suo giro di ricognizione non senza emettere un farfugliare sommesso alle sue spalle. Così è la vita e bisogna accettare il bello ed il brutto, …. E continuare a sperare. In fondo non è ancora finito questo viaggio. E la voglia di scendere e passeggiare per le strade multicolori di Manet e di Verlaine era la sua prossima tappa verso la felicità.

 

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4 commenti:

  • Emanuela Lazzaro il 08/08/2008 12:42
    Questo breve raccoto l'ho scritto perchè sto svolgendo degli studi sull'immigrazione dall'est europa. Magari proverò a scrivere la seconda puntata...

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