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Un ricciolo d'ottone

Aveva labbra bianche, e un ricciolo di ottone, un ricciolo d'ottone.

La videro per la prima volta, davanti al portone del vecchio pazzo, scese il gradino di marmo, come se contasse i passi, uno, per farlo,
come se lo contasse e lo mettesse assieme a quelli già fatti finora,
da quando aveva iniziato a contarli e metterli da parte.

Alzò lo sguardo verso gli altri, e spinse quei suoi occhi furbi per la prima volta,
fin da subito a entrare oltre le difese, fin da subito a farti sentir nudo davanti a lei,
chi con vergogna, chi senza, o persa a poco a poco, per non sapersi difendere, e forse,
con calma, aver deciso, o compreso, di non volerci nemmeno più provare.

Permisero al cuore di sognarla, si convinsero di amarla,
gli occhi la seguivano nelle faccende più semplici, come in quelle più importanti,
nel momento di un saluto, o di un breve parlarsi in faccia, con parole trattenute di speranza,
e pensieri intorno di ben altra pasta, pieni di un motivo a rendersi la vita un desiderio,
eppure stare lì, in un contorno.

Aveva labbra bianche, di un colore che al rosso naturale,
permetteva di accogliere sorrisi e parole, senza mai far perder loro la grazia,
ne la leggerezza del poterle dire, sia che frivole di significato, sia che pregne di peccato,
o di ragionamenti logici di cui non perder filo.

Labbra bianche come una fanciulla, che in alcuni frammenti di pellicola, macchiati, sembravano lasciar intendere qualcosa, con quel bianco, che era stato cancellato,
nascosto, non mostrato.
E a guardare ancora, qualche attimo di sguardo perdersi nel vuoto,
come ad osservare, altrove.

A volte apparivano colate di sabbia dal suo fare inaspettato,
qualcosa che da dentro toglieva respiro, per poter uscire, un demone sopito,
o un angelo dimenticato, che aveva le sue ali, e un tempo per volare,
da dove cadere e farsi male, da dove cadere,
e farsi male.

Prese le sue cose all'improvviso, o almeno così alla gente piace pensare,
per non interrogarsi sui perché non l'avessero compreso, che stesse andando via,

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