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è quasi ora

Era mattino. Verso le undici. Mi ricordo che mi svegliai, vestito, caddi dal letto e non mi rialzai. Steso sul pavimento, di schiena, con una mano cercai le lenzuola. Mi sentivo a mio agio. Avevo caldo, ma le mattonelle erano state lucidate da poco. Erano fresche. Confortevoli.

Valerio si tirò su dolorante dal letto. Roteò la testa. Aveva il collo indolenzito. Si passò il palmo della mano lungo le guance, poi sulla fronte, a levare il sudore.
Scese dal letto furtivo. Inforcò le ciabatte.
In pochi passi era giù da basso. Aprì il portone, si affacciò in strada, guardò a destra, guardò a sinistra. Attraversò. Al bancone del bar ordinò una spremuta di pompelmo.
Il suo sguardo vagò da una bottiglia di Cynar alla finestra. Si specchiò: il naso adunco gli sembrava un po' più storto del solito, la barba, rasa qualche giorno prima, stentava a ricrescere. Era imbolsito in viso.
Fuori pioveva.
Tornò dall'altro lato della strada a passi lunghi e decisi. Si infilò sotto la tettoia dell'ufficio postale. Una volta entrato, diede due colpi col dorso della mano ai vestiti, per levar di dosso le gocce di pioggia.
Si mise pazientemente in fila. A chi lo avesse visto, si presentava così: sobrio, elegante, con indosso una camicia violacea. I risvolti delle maniche tirati su appena sopra il gomito. Non gettava mai lo sguardo attorno. Alle gambe portava un paio di pantaloncini corti di tela grossa. Ai piedi niente scarpe.
Quando arrivò il suo turno, parlò animatamente con l'impiegata, cercando di spiegarsi al meglio che poteva. Doveva spedire un pacco voluminoso, chiuso e avvolto con lo scotch alla bell'e meglio, e doveva spedirlo lontano. Di tanto in tanto posava la mano sinistra sulla missiva. Quasi a volersi accertare che fosse ancora lì. Tutta intera.
Al collo sfoggiava una semplice catena d'oro. Senza crocifisso.
Dovette aspettare allo sportello una ventina di minuti. Non si scompose. Probabilmente c'era qualche problema con alcune carte.
Piegato in avanti, con i gomiti appoggiati al piano dello sportello, faceva dondolare sempre un po' la gamba destra.

Quando mi svegliai mi sembravano passate ore. Erano le undici e venti. Mi levai in piedi a fatica. Mi si era informicolata la gamba sinistra. Preparai un caffè. Mamma aveva lasciato i panni da stendere. Svuotai lentamente la lavatrice, e presi a disporli sullo stendino.
Sentii la moka fischiare. Versai il caffè nella tazzina, tornai sul balcone. Mi accorsi di uno scarafaggio ai miei piedi. Puntava alla cucina. Cercai di fargli capire che non era il caso, deviai il suo cammino coll'esterno del piede, ma quello insisteva. Gli diedi un colpetto di punta. Quello rotolò all'altro lato del poggiolo, capovolto. Cominciò ad impazzire. Scalciava in aria con una forza inaudita. Era un forsennato. Feci dondolare la gamba, presi la mira e lo calciai con un altro tocco, più lieve, quel tanto che bastava per farlo rotolare giù sul prato. Eravamo al primo piano, gli dissi, non si sarebbe fatto del male. Mi sembrò di vederlo atterrare diritto.

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