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Viera

Tornò un pomeriggio di primavera con una grossa valigia, un vento leggero le scompigliava i capelli fulvi mentre attraversava lo spiazzo degli orti.
Aggiunsero per lei un letto nella camera dei nonni, parlava poco, stava sempre vicino alla finestra e rammendava con gesti veloci diafane calze da donna, ogni tanto alzava lo sguardo e fissava a lungo un punto lontano immersa nei suoi pensieri.
Al passaggio del fronte aveva seguito, innamoratissima, un soldato polacco fino a Milano, avevano vissuto a lungo in pensioncine equivoche poi lei aveva deciso di tornare sperando che lui la seguisse.
Sentì il rombo della moto che era ancora nella provinciale, corse di sotto ad abbracciare il suo innamorato, raggiante, tristezza e malinconia scomparse d’incanto.
Il soldato si sistemò temporaneamente nella stanza del povero Pirelli e cominciarono i preparativi per il matrimonio, documenti, permessi e poi i passaporti per l’Argentina, dove intendevano emigrare.
Una mattina il soldato andò a Bologna per l’ennesimo certificato, ma la sera non tornò, così il giorno dopo. I giorni successivi Viera lo cercò inutilmente presso i vari commilitoni fino a che, brutalmente, qualcuno le disse che non sarebbe più tornato.
A questa notizia Viera cadde in uno stato di estrema prostrazione, si mise a letto, intervennero forse complicanze, perse conoscenza e nel volgere di una settimana morì.

 

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