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LUCE ED ASTINENZA

Per tutto il giorno non aveva fatto che piovere. Ancora adesso che stava per giun-gere la sera, i lampi rilucevano isolati, subito seguiti da tuoni vomitevoli. Non ne po-tevo più. L’umidità penetrava da ogni dove e si accaniva testardamente contro i miei piedi. Che cazzo stava succedendo? Insomma, eravamo pur sempre in piena estate, eppure la temperatura sfiorava appena i dieci gradi.
Mi alzai dal letto e presi una birra dal frigorifero ormai ridotto a comunissimo scomparto. L’ultima. L’ultima fottuta birra. La stappai ed invano mi diedi da fare per trovare un bicchiere pulito. Rassegnato, presi a sorseggiare dal foro triangolare. Che cazzo, ne avevo abbastanza di fori triangolari. A momenti avevo l’impressione di tracannare dalla fica di Erika. Di colpo mi venne la nausea. Sentii l’uccello scomparirmi tra le pieghe dei boxer. Era la fine, cazzo. Niente più soldi, niente più alcol, niente più droga. Solo le sudice pareti del camper e quella troia di Erika che sonnecchiava dentro il mio letto. Quante volte l’avevo scopata quel giorno? L’uccello mi pulsava nelle mutande completamente spompato.
Stavo meditando su quanto mi restava da fare, quando qualcuno bussò alla porta. Aprii subito, senza riflettere, e mi trovai davanti un figuro sozzo, schifoso, comple-tamente fradicio. La faccia, orrendamente smorta, era incrostata di sporco, nera, e dai lunghi capelli grigi colavano goccioni opachi di pioggia e di lercio che andavano a depositarsi su una specie di gilet. Un merdosissimo rifiuto. Allungò una mano a mo’ di questua e biascicò un che di incomprensibile. Lo ignorai e spazzai con lo sguardo il parcheggio deserto, pressato dalla pioggia e dal cielo nebuloso. Sentii Erika gemere debolmente dal letto, poi lo guardai di nuovo. La porta spalancata faceva entrare il freddo e l’umidità. I piedi mi si stavano di nuovo congelando.
Senza dire una parola, richiusi la porta in faccia al figuro. Barbone va bene, pensai, ma non puoi essere tanto schifoso. Tracannai il resto della birra ed accesi il televisore portatile. Sullo schermo sbiadito comparve una tipa bionda e con la faccia volgare che faceva la scema in mezzo a due bellimbusti. Non si sentiva niente di ciò che dicevano, ma era chiaro che non era nulla di interessante. Restai lì come ipnotizzato a spararmi un primo piano della tizia, finchè il suo volto venne irrimediabilmente sfigurato dalle linee orizzontali dell’interferenza. Dannata televisione, pensai, e senza ragione scoppiai a ridere fragorosamente.
“Alex, tesoro, che diavolo ti prende?” La voce di Erika risuonò rauca e graffiante come una stecca di flauto traverso. Evidentemente non si era ancora ripigliata, era ancora tutta fatta.
“Nulla, tesoro, nulla,” le dissi, e spensi quel dannato televisore.
Poi mi sentii strano, come un animale selvatico. Mi capitava spesso, ultimamente, e quando mi capitava avevo paura, non riuscivo a controllarmi. Una volta avevo letto che le droghe, l’alcol e gli altri vizi trasformano l’uomo in una bestia dominata da pulsioni scimmiesche, che ne divorano la razionalità. Non che ci credessi, intendia-moci, eppure sempre più spesso mi sentivo così, come una fiera che uccide senza motivo, solo per appagare un istinto assassino. E di animali del genere ne esistono, ne sono certo, ed il peggiore di tutti forse è proprio l’uomo.

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