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Un dubbio infantile

Martino pensava che mamma e papà fossero sordi.
Urlavano tra loro da più di mezz’ora, di là in cucina.
Lui se ne stava in sala con Teddy l’orsetto di peluche stretto al petto e sbirciava dall’uscio accostato.
Era curioso, non aveva mai capito come si diventava sordi, e a mamma e papà era successo all’improvviso.
Lo aveva capito perché la mamma urlava contro papà tutto il giorno, proprio come faceva quando andavano a trovare la signora Becci, la vicina di casa sorda come una campana.
Gli era dispiaciuto molto, così per parlare con papà urlava anche lui, ma papà lo sgridò dicendogli che non è rispettoso urlare alle persone grandi. Se doveva essere sincero, quel discorso non l’aveva proprio capito (che voleva dire “rispettoso”?), la mamma poteva e lui no? Comunque aveva smesso di urlargli.
Piano piano anche papà si era messo ad urlare alla mamma, forse lui le aveva attaccato l’essere sordi, e da lì aveva smesso di fare domande su questa malattia.
Non poteva urlare perché non era “rispettoso” e loro, se parlava piano, non lo sentivano.
Si ricordava ancora di quella volta alla casa al mare, quando la mamma aveva bruciato il pollo e papà aveva iniziato a gridarle che non era capace a fare la moglie.
La mamma gli rispose che se voleva un pollo cotto alla perfezione, la prossima volta l’avrebbe cucinato da sé.
Quella era stata la prima volta che avevano urlato insieme.
Martino strinse più forte a sé Teddy, la mamma stava urlando:
- Mi porto via Martino e non te lo faccio vedere mai più!
Ma lui non voleva andare via. Voleva stare sia con la mamma che con papà, ma non come ora che erano sordi, come prima.
Li vedeva dalla porta. I capelli biondi della mamma erano raccolti in uno chignon dietro la testa, e indossava una gonna lunga fino alle ginocchia, blu scura come la camicetta.
Diceva che si vestiva così per papà, ma Martino pensava che era più bella quando teneva i capelli sciolti, i jeans e le magliette rosa e verdi. E quel grosso sorriso che ora non aveva più.
Papà era alto, stava davanti alla mamma, con il suo completo scuro, la cravatta e persino i mocassini, il suo viso era stanco.
Ma anche papà era meglio com’era prima, con gli scarponi e i jeans. Adesso aveva le occhiaie e non giocava a prendere sulle spalle Martino come una volta, doveva lavorare.
Grazie al lavoro di papà ora avevano molti soldi e potevano comprare tutti i giocattoli che Martino voleva, ma a lui non piaceva essere ricco.
Ora che erano ricchi, erano diventati più brutti, seri e sordi.
Martino poteva riportare al negozio tutti i giocattoli che aveva, ma non sapeva se questo avrebbe riportato il sorriso sulle labbra di mamma e papà.

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4 commenti:

  • marco carlino il 10/11/2010 12:12
    ... già: quello che per noi grandi è ovvio ai poppanti può suscitare seri dubbi... riuscita immedesimazione, brava
  • rainalda torresini il 10/04/2009 16:14
    i bimbi ci guardano e ci ascoltano. Rispettiamoli!
  • Riccardo Barletta il 09/12/2008 10:25
    Bel racconto... forse dietro queste parole c'è di più di un bel racconto, non so, ma lo sento denso di significati e di inquietudini per ciò che non si capisce e che si vorrebbe capire. Sei molto brava a scrivere complimenti.
  • Sonia Di Mattei il 03/12/2008 21:21
    un racconto sensibile e attento al delicato mondo dell'infanzia, dove i suoni vengono percepiti e assorbiti, malgrado le inutili rassicurazioni dei grandi.
    brava

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