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L'orizzonte perduto

Sempre quella. Ghiaiosa, polverosa, silenziosa, la stessa, illuminata da piccoli lampioni, cupa, colma di buchi, con quell’aria rigida tipica dell’inverno di Perrikton, la stessa stradina che percorre ogni giorno alle 19.
Banchi di nebbia si espandevano su tutto l’isolato, un esercito di fantasmi che marciavano senza sosta, le luci che si scontravano l’asfalto provocavano strani effetti psichedelici.
Gli alberi secchi e aridi lasciavano cadere le foglie, ed era quello l’unico rumore che si udiva.
Paul, aveva lo sguardo rivolto verso terra, con fare pensieroso e passo lento, si accingeva a tornare a casa.
Quell’uomo ormai aveva raggiunto i 50 anni e la sua crisi di mezz’ età proseguiva da 10, la solita routine, la sua vita consisteva in questo, una serie di azioni senza alcun vero scopo per portare a casa quel misero stipendio.
Ma pur essendo avvilito per la sua vita doveva continuare il suo lavoro, perché aveva due figli da mantenere.
“Eccola lì, la mia Ford l’ ho presa a 20 anni e non l ho lasciata più”Si lasciò andare in un malinconico sorriso, di fronte a lui quell’auto vecchia e dissipata dalle numerose fatiche che aveva affrontato. In origine era nera ma oramai per il pulviscolo di Perrikton era diventata grigia, il telaio era completamente distrutto i vetri erano limati dalla rena, e l’interno poteva far trasparire un negligenza di più di 30 anni nei suoi confronti.
L’odore era nauseante, dentro quella macchina vi era di tutto, si poteva trovare del cibo sotto i sedili e delle sigarette o degli insetti decomposti.
Diceva sempre ai suoi figli che non l’avrebbe cambiata per nulla al mondo, ma in cuor suo mentiva spudoratamente. Difatti avrebbe abbandonato volentieri quel rottame se solo avesse avuto un migliaio di dollari per comprarsene uno migliore.
Continuava a riaffiorare nei suoi occhi un aria nostalgica passando davanti a quell’auto. Nostalgia, forse nostalgia della giovinezza, ma di certo non di quell’auto, ripensandoci forse neanche della giovinezza. D'altronde anche suo padre era un operaio, un brav uomo ma questo non gli aumentava la busta paga.
Si ricorda ancora tutte le prese in giro che riceveva dai ricchi ragazzi della scuola, ”Bel carretto Paul! ”Gli risuonavano per la mente frasi di questo tipo, e continuava a chiedersi perché non l’avessero accettato, perché dovette passare anni in solitudine senza poter andare in quelle feste da urlo che vedeva in televisione e che tanto desiderava. Ma il perché gli era noto, non era uno stolto l’aveva capito gia dal primo giorno di liceo, lui non era ricco.
Rammenta le BMW dei ricchi ragazzi della scuola, il loro motori ruggenti, le ragazze da urlo.
Era entrato in quella costosissima scuola privata grazie ad una borsa di studio, ma quei giovani non accettavano che dei pezzenti potessero avere una possibilità. ”Vai a lavorare in fabbrica come quel fallito di tuo padre”E scoppiavano in fragorose risate. Paul la maggior parte delle volte li ignorava, altre reagiva con la violenza. Li colpiva con tutta forza dei suoi bicipiti, ne stendeva alcuni, ma loro ne erano troppi e riuscivano sempre a malmenarlo. Dall’altro lato i professori, un ammasso di vermi corrotti, guardavo i cognomi, guardavano che azienda avesse il padre o che dirigente fosse la madre, lui figlio di un operaio, senza un soldo, orfano della madre, e gia destinato ad un futuro in fabbrica. Sembrava un futuro gia scritto, ma lui non l’avrebbe mai accettato, il suo intelletto era destinato a compiere qualcosa di più grande, leggeva in una settimana più di ciò che suo padre aveva letto in 50 anni. Si dilettava su tutti i generi, romanzi d’avventura, fantasy e psicologici. Ma le sue passioni erano innumerevoli, vi era la musica, avrebbe sempre voluto suonare la chitarra, ma costava troppo, quindi dovette accontentarsi solo di ascoltarla;passava da Mozart ai Rolling Stones, e diceva che con la musica studiava meglio, si ricorda ancora tutte le prediche avuti dai vicini per il volume troppo alto. Ma la lettura e l’ascolto musicale erano azioni che svolgeva sempre da solo, il padre passava tutto il tempo a lavoro per portare del vitto a casa, solo il fratello passava del tempo con lui quando non era impegnato con lo studio, ma successivamente non poté più aiutarlo per via del lavoro. E quando gli chiedevano perché non avesse amici lui rispondeva dicendo che l’arroganza si sarebbe impadronita di lui se avesse frequentato quei ricconi, ma la verità era che nessuno di loro lo avrebbe mai accettato. Era una lotta continua, e l’avrebbe persa di sicuro senza suo fratello. George, si chiamava così , era un ragazzo molto intelligente, ricco di fantasia e di buoni propositi e nonostante alcune denunce per aggressioni non era considerato un cattivo ragazzo.

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