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Il cieco di Borgio Verezzi

1993
Il mare era agitato, fumoso e rumoreggiante. Tirava vento gelido sulla provinciale Savonese; da lì, avevano raggiunto Borgio Verezzi dove li aveva accolti con il sole e un cielo quasi sereno.
Mara tirò un sospiro di sollievo quand'ebbe spenta l'auto, sostata sul ciglio di una linea ferroviaria. Nel sedile posteriore, un cesto di vimini legato con robuste cinture aveva dentro una "proprietà" eccelsa: un fagotto vivente! Mara sapeva di non potersene occupare, di non poterlo seguire con tutte le attenzioni che richiedeva l'essere mamma di un neonato. Un altro abbraccio, in un ultimo sussulto d'amore, doveva avere sentito il richiamo del sangue. Del padre del bimbo nulla si sapeva, anche se Mara aveva un convivente che, però, pareva non aver avanzato alcuna pretesa sul piccolo. Sarebbe toccato a lei, sostenere e consolare il piccolo che, come tutte le madri, avrebbe voluto avere vicino i figli.
Una spiaggia sassosa, pulita e, nel mezzo, una casa per ferie "San Gabriele" delle piccole suore del Preziosissimo Sangue; lì, in un piccolo atrio dell'edificio veniva depositato il cesto "urlante" di vagiti irregolari. Dentro il cesto, un foglio striminzito: "Chiamatelo Kavin. Proteggetemelo con amore. ".
"Figlio della colpa...": direbbero le cronache di un secolo fa, che trovano purtroppo echi contemporanei. Un quadro di miseria che poteva spiegare quali siano state le preoccupazioni di fronte alla nascita di Kavin. Ora come ora, l'importanza per Mara era quello di trovarsi all'epilogo della disperazione; senza un lavoro, la vita non contava molto. Per un po' lo aveva chiesto dappertutto, girando con poca fortuna nelle aziende; infine, aveva deciso di non cercarlo più.
Se n'era andata lontana, girovagando, prima di arrivare a Luni. Vicino agli scavi archeologici fermò l'auto, ma non il motore: per poter collegare l'estremità di un tubo di gomma allo scarico, e l'altra estremità alla bocca...

**********

2008

"Lampone" era uno stupendo Labrador; zampettava festoso attorno alla rete metallica del recinto. La primavera era nell'aria che imperava sulle colline basse di Borgio Verezzi. Il cane si teneva ritto sulle zampe posteriori, premendo il muso contro il paletto. Il cancelletto si aprì e l'animale sfrecciò via verso il mondo. In casa, un ragazzo quindicenne dai piccoli occhi scuri nel viso angelico era seduto tutto intento ad ascoltare la musica dalla cuffia. A un tratto udì raspare contro la porta e, a tentoni, corse ad aprirla. "Lampone" gli balzò addosso, leccandogli il viso e distogliendolo così dai pensieri che lo turbinavano nella mente. La bestiola apparteneva a uno scelto gruppo di cani allevati per una missione particolarissima.
"Kavin, attento! Ti trovi a due centimetri dai gradini di discesa! ", esclamò un'anziana donna con voce strozzata, e balzò in piedi dove era intenta, seduta, al lavoro con l'uncinetto.
"Tranquilla, "nonna" Maria! Tutto bene. ", convenne il ragazzo.

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