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Una grigia bugia

Quella che sto per raccontarvi è la storia di una ragazza di non molte pretese. Avrei desiderato semplicemente una vita normale fatta di comuni banalità come avere l'acqua calda con cui fare un bagno o dormire su di un materasso che non puzzi di umido.
Vivo a Boston, in periferia, in un quartiere dove mancano i colori, ogni cosa appare grigia, come il carbone che ogni giorno siamo costretti ad estrarre dalle miniere.
La mia casa è uguale alle altre: una lugubre costuzione dalle tristi finestre che non sorridono. Alle volte, ritornandoci, mi capita di "rientrare" dai miei vicini perchè le loro abitazione è identica alla mia. Perfino le tendine si somigliano: mostrano, crude, l'emblema della povertà, non un riccetto, un merletto, che denotano il lusso di una vanità di che non possiamo permetterci. Mio padre è un intelletuale costretto al lavoro di miniera per mantenere me e i miei quattro fratelli. Le sue idee scintillano di libertà e ugualianza fra le classi sociali, così, dopo gli sfruttamenti della della classe dirigente nei confronti degli operai, si è messo in sciopero ad oltranza insieme ad un gruppo di colleghi disperati, per le condizioni disumane in cui si lavora.
Infatti il lavoro in miniera è il più brutto al mondo, il cunicolo è stretto, buio, non si respira e si rischia di cadere perchè è molto ripido e ci si arrampica un po' avunque, alle viscere di quella terra umida e viscida, che ci castiga, ci umilia; nel profondo di quegli abissi ci sentiamo abbandonati dal mondo intero.
A questo punto vi chiederete perchè parlo al plurale mentre descrivo la miniera, è perchè anch'io ci lavoro, di nascosto a mio padre mi intrufolo nella folla degli operai che non partecipano allo sciopero e contro i quali il mio papà lancia grida di insulti come "venduti!". MI fa male la voce di mio padre che libero come un gabbiano che vola su un mare in tempesta urla a quella folla grigia e triste senza sapere che proprio li, ci sono anch'io, che a capo chino dalla vergogna mi accingo ad essere inghiottita da quei tunnel, da lui tanto odiati.
Quando torno a casa lui fiero di me pensa che io stia tornando dal giornale dove gli ho detto di aver trovato un posto da operaia. Ma questa non è che una grigia immensa bugia, come la grigia immensa casa in cui viviamo. Quando a fine mese gli consegno la mia paga lui mi rassicura che ne avrò ancora per poco e che potrò tornare di nuovo a scuola, come se fosse bello cadere nella brace e andare a respirare in quelle stanze senza aria anguste e gelide, dal pavimento umido. Mi chiedo allora il perchè si debba nascere poveru, con idee ricche di libertà, con il solo desiderio di poter essere come gli altri e di non dover mentire per spegnere la fame.

 

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5 commenti:

  • Anonimo il 11/02/2011 10:23
    Molto bello, mi è piaciuto.

    Suz
  • Anonimo il 20/04/2009 23:31
    brava
  • Antonio Sattin il 04/03/2009 10:32
    grande amore per il pade bello!!!
  • stefano manca il 03/03/2009 18:21
    Brava Stella... scritto molto bene e con grande sensibilità e umiltà... un bel racconto.
  • Vincenzo Capitanucci il 22/02/2009 10:30
    Bellissimo Stella... di Boston... conosco solo l'aereoporto... ed era brutto... grigio.. freddo...
    Di certo il lavoro in miniera è uno fra i più brutti... è un essere seppelliti vivi prima del tempo... e quelle gallerie sembrano essere bocche che piano piano ti divorano...
    ho visto in Inghilterra quelle case... tutte uguali... che non si distinguono le une dalle altre... che tristezza... ma il tuo cuore... è ricco di merletti rossi... unici e preziosi...
    Piaciuto molto... complimenti... scrivi bene... sia in prosa che in poesia... con una naturale spontaneità...

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