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L'ultima notte

Benché l’atmosfera fosse ancora grigia e cupa, il cielo era illuminato da un’insolita luce biancastra ed accecante.
I corvi volteggiavano in aria, per poi andarsi a posare sui cornicioni e sui davanzali delle grandi finestre.
Anna si avvicinò ad una di esse. Il suo sguardo si muoveva lentamente dal verde del prato al ceppo che alcune guardie stavano preparando vicino alla cappella. Non sapeva di chi fosse il turno quel giorno ma, l’indomani, si sarebbe compiuto il suo fato.
Si portò una mano sul ventre. Pensava a quel figlio maschio che, forse, avrebbe potuto salvarle la vita; pensava al fratello, che non aveva mai amato più di quanto sia concesso di amare ad una sorella; pensava alla principessa Maria, all’odio e alla rabbia che aveva visto nei suoi occhi quando i loro sguardi si erano incrociati per la prima volta; pensava, soprattutto, a sua figlia.
Desiderava poterle stare ancora accanto, andare a cavallo nei boschi con lei, sedere con la sua piccina a parlare e ricamare al caldo di un camino, asciugare le sue lacrime di giovane donna innamorata.
Lo desiderava, ma i sogni, ormai, non avevano più senso. Restava così poco tempo per la realtà, che non poteva essere sprecato a favore delle fantasie. Posò la fronte sul freddo vetro piombato della finestra e pianse.
Improvvisamente, la porta si aprì, cigolando.
- Elisabetta!- corse verso di lei.
La bambina allungò le braccia verso la madre, che la sollevò da terra, facendola girare.
Di colui che aveva condotto la piccola in quel luogo terribile, Anna aveva visto soltanto una mano inguantata, ma sapeva benissimo chi era.
Avrebbe voluto inginocchiarsi e stringere quella mano, baciarla, bagnarla con le sue lacrime, chiedendo perdono per un reato che non aveva commesso e pietà per una punizione che non meritava, per poi sentirla scorrere ancora una volta tra i suoi capelli, afferrarla delicatamente per un braccio e trascinarla in salvo, impedendole di sprofondare nel più oscuro degli abissi ed assicurandole che era tutto finito, che si era trattato di un grosso, terribile errore.
Non avrebbe serbato alcun rancore, Anna. Gli sarebbe stata ancora accanto, l’avrebbe sostenuto in ogni sua decisione e, se lui non l’avesse più voluta al suo fianco, avrebbe accettato qualsiasi esilio, qualsiasi disonore, pur di poter continuare a vivere, nella speranza, un giorno, di rincontrare sua figlia, di potersi inchinare al suo cospetto come la più umile dei sudditi e di rivolgersi a lei, sussurrando: <<Mia Regina>>.
Si sarebbe confusa tra la folla festante ed Elisabetta non l’avrebbe riconosciuta, ma lei sarebbe stata lì, ad acclamarla e a servirla, accontentandosi di poterla vedere nella sua gloria e nella sua grandezza, senza pretendere nulla.
La bambina giocava sul pavimento con un cavallino di legno ed Anna, lasciandosi scivolare, si sedette in un angolo ad osservarla. Elisabetta sollevò lo sguardo e le rivolse un tenero sorriso, mettendo in mostra i dentini piccoli e non perfettamente allineati. La giovane donna sentì una morsa al cuore e gli occhi le si gonfiarono di pianto.

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6 commenti:

  • Rita Cancedda il 13/09/2009 12:33
    Grazie mille!
  • Ivan Bui il 12/09/2009 17:41
    ... capacità narrative, un talento...
  • Micaela Marangone il 28/04/2009 21:14
    eccellente e commovente... brava!
  • Rita Cancedda il 25/03/2009 22:33
    Grazie!
  • antonio castaldo il 25/03/2009 20:38
    veramente brava... continua.
  • Stefano Bacci il 06/03/2009 21:17
    Una commovente ricostruzione di come potevano essere trascorse le ultime ore di vita di Anna Bolena.
    Brava Rita, che riesci a mantenere viva l'attenzione e l'interesse per tutto il racconto, anche con una buona tecnica illustrativa.

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