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il venditore di collanine

Mario era in vacanza in Versilia. Viareggio era un punto d'arrivo e fare due settimane al mare lì significava che nella vita, in qualche modo, avevi svoltato. Specialmente se alloggiavi in un hotel a molte stelle. E poi potevi incontrare anche qualche calciatore che ti poteva interessare. Perché Mario Astolfi era un direttore sportivo. Era stato un buon giocatore. Giovanili di alto livello e quindici anni di carriera spesi fra serie A e serie B. Era stato fortunato ed aveva partecipato, appena ventenne, ai Giochi del Mediterraneo e quella maglia azzurra sembrava il viatico per una brillante carriera. In seguito aveva vinto uno scudetto anche se non da protagonista, aveva giocato in Coppa dei Campioni e in Coppa UEFA. Poi era iniziato un lento peregrinare in squadre che lottavano per non retrocedere in B ed altre che lottavano per essere promosse in A. Poi dieci anni prima da addetto all'arbitro poi dirigente accompagnatore ed ora una brillante carriera da direttore sportivo. Il tutto a Bologna, l'ultima squadra in cui aveva giocato e la dimensione provinciale gli permetteva di lavorare con tranquillità. Poteva lanciare un paio di giovani all'anno. Anzi, doveva. Aveva quarantacinque anni ma ne dimostrava dieci di meno. Correva tutte le mattine, anche sotto la pioggia, anche in vacanza, anche per far passare due linee di febbre. Era divorziato e senza figli. L'unico vizio che si concedeva erano quattro o cinque sigarette al giorno e mai prima di pranzo. Aveva sempre corso in campo. Era un mediano, di quelli che rubavano i palloni a centrocampo e li portavano direttamente ai piedi del regista. Non era mai stato il capitano perché girava molte squadre ma un idolo dei tifosi quello sì, ovunque andava.
“Buongiorno signor Astolfi, resti in linea le passo il presidente” la voce era di Antonella, la segretaria storica del club.
Seguirono quindici secondi di attesa poi
“Buongiorno Mario come va? ”
“Bene presidente, quando ci si riposa va sempre bene”
“Ha sentito De Carli? ”
“Sì, e stasera a cena vedrò il suo procuratore. Penso che alla fine si farà, ha l'età giusta per fare il salto in seria A”
“Bene, allora ci sentiamo domani”
“Certo, la chiamo io in sede”
La squadra aveva bisogno solo di qualche ritocco. Era una società che ogni anno doveva lottare fino alla fine per non retrocedere ma ce la faceva comunque. E lui era un mago nello scoprire giovani promesse e nel rilanciare qualcuno dal dimenticatoio.
Erano le sei di pomeriggio, l'ora migliore per godersi la spiaggia. Lentamente la gente andava via e i ragazzini si impadronivano del bagnasciuga per dare quattro calci ad un pallone. Li guardava con occhio clinico, non poteva farne a meno. Dopo due tocchi capiva chi prendeva a calci il pallone e chi invece ci sapeva fare. Quando doveva scegliere un giocatore si preoccupava sempre che avesse una buona tecnica di base. Anche se era un terzino o uno stopper. Li chiamava ancora così e gli faceva ridere come li chiamavano adesso. Laterale difensivo, difensore centrale. E lui adesso sarebbe un quarto basso nel centrocampo a rombo. Invece era stato solo un “semplice” mediano. Come se adesso si volesse dare nobiltà a dei ruoli già nobili di loro. Una volta quando gli chiedevano in che ruolo giocava rispondeva “quattro” e tutti capivano subito il ruolo e la posizione in campo. Bah!

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2 commenti:

  • Anonimo il 06/04/2009 19:38
    Bella favola, complimenti per la fantasia e come l'hai scritta.
  • Anonimo il 27/02/2009 13:47
    Ciao. Mi piacciono i racconti ricchi di dialogo, risultano più convincenti!
    A presto
    Contessa Lara

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