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L'ombra del cielo

Il suo sguardo era colmo di emozione, come quello di un bambino che per la prima volta vede il mare. Non aveva certezze per il futuro, tutte le certezze che aveva erano state spazzate via dalla corrente vorticosa della vita. La panchina su cui sedeva cigolava ad ogni suo respiro mentre i suoi occhi osservavano la gente passargli di fronte silenziosamente. Una popolazione di gente dallo sguardo vuoto, assente, che mentre camminava a passo svelto a pochi metri da lui pareva essere altrove. Uomini d’affari, facchini a domicilio, donne impegnate a portare i figli a scuola, anziani che leggevano il giornale. Tutti parevano di essersi dimenticati del presente. C’era chi parlava al telefono di cosa avrebbe fatto nei giorni seguenti e chi raccontava cosa gli era accaduto anni prima. Cercò un bagliore di felicità in alcuni di questi sguardi ma rimaneva sempre deluso quando vi leggeva sola alienazione. Una sorta di accettata apatia. Rimase così, immobile e in silenzio per un tempo indeterminabile.
Ma ad un tratto si accorse di non essere solo. Seduto accanto a lui vi era un bambino che lo fissava attentamente con l’aria di chi è incuriosito. Era appollaiato con un braccio oltre lo schienale e rimaneva in silenzio ma gli occhi tradivano la sua curiosità, finché si decise a parlare. <<Come mai sei qui? Perché non sei insieme agli altri?>>.
Già, perché era lì? Per un attimo fu infastidito dalla domanda, ma decise comunque di rispondere. <<Sono qui perché mi piace stare qui, mi piace osservare la gente, guardare cosa fa, come si comporta>>.
Il bambino tornò alla carica, questa volta in maniera più pungente:<<Si, ma come mai noi sei con gli altri ragazzi? Tu vai a scuola lì dietro vero? Lo vedo dalla divisa, e come mai non sei in classe?>>.
Questa volta la sua voce si fece più roca, tradiva un certo disappunto, come glielo avrebbe spiegato? <<Non ho più voglia di andare a scuola, ho deciso di smettere..>>.
Il volto del bambino pareva stupito, <<Come non hai più voglia di andare a scuola? Mio papà dice sempre la scuola è importante se si vuole fare qualcosa nella vita..>>. <<Tuo papà si sbaglia. La scuola è importante per lui, per la sua vita, ma non per la mia..>>.
Il bambino si erse leggermente dalla sua posizione, come per dare un tono a quello che avrebbe detto in seguito <<È impossibile! Mio papà dice sempre che per fare quello che si vuole bisogna aver studiato prima. Io voglio diventare un astronauta per scoprire gli alieni e mio papà dice che se prendo dei buoni voti poi da grande potrò farlo. Tu cosa vuoi fare da grande?>>. Il suo sguardo si spostò dal bambino verso la grande strada che gli stava di fronte, cercava ancora una volta le parole più adatte.
<<Io non so cosa voglio fare. So quello che non voglio fare. Non voglio diventare come quegli uomini che vedi camminare impettiti e lucidati dentro i loro vestiti eleganti e le loro camicie di seta, quegli uomini che si guardano attorno ma in realtà non vedono nulla al di fuori di sé. Forse mio padre lo vorrebbe ma io no. Vedi, ti dirò una cosa che forse ora non capirai ma magari tra qualche anno ti parrà più limpida dell’acqua di quella fontana, più trasparente dell’aria stessa. Quando cresceremo saremo liberi. Saremo liberi di sognare. Di viaggiare. Di conoscere. Saremo liberi di capire il mondo. Saremo liberi e basta. Quando cresceremo saremo sempre noi. Ma non sarà la stessa cosa. La vita ci insegna a rincorrere la felicità, a sfiorarla, a prenderla, a farla nostra. Ma non sarà mai nostra. La libertà di rincorrerla è un illusione, non esiste. Esistono solo le circostanze. Siamo all’interno di un labirinto invisibile. Crediamo di poter creare la nostra strada, e intanto non ci accorgiamo che ci è imposta da un destino che decide con noi e per noi. Non ho voglia di crescere per scoprire che tutti i miei sogni non si realizzeranno mai. Non ho voglia di crescere per essere schiavo del mio lavoro. Non ho voglia di crescere per essere schiavo delle regole della società. Non sono un anarchico, sono semplicemente un solista del pensiero. Sono il fiore che sboccia in autunno e la foglia che cade in primavera. Vedo persone che trascinano la loro vita, come un fardello pesante. Vedo persone che attendono solo l’ora di morire, ma in realtà sono già morte. Io non voglio essere uno di loro. Non rimarrò nella fila aspettando il mio turno. Resterò in disparte e guarderò gli altri, annegare nelle loro stesse lacrime, che sono poi anche le mie. Ma come detto, non siamo noi a scegliere il nostro destino. Per quanto possa sforzarmi rimarrò schiavo di me stesso, dei miei dubbi e della mia vita. Inseguo ancora i miei sogni, ma non allungo mai la mano per toccarli. Mi basta osservarli da distante e pensare come sarebbe stato se li avessi afferrati, se la loro essenza mi avesse inebriato. Ora non sarei la stessa persona. Ma il tempo cambia tutti. Non ce ne accorgiamo, ma noi come tutto siamo vittime del ticchettio inesorabile di un orologio, o delle pagine effimere di un calendario. Noi non siamo i noi del prima e non saremo più noi nel dopo. Siamo noi solo nel presente, sempre che il presente esista e non sia solo lo spessore di una pagina di un libro tra un capitolo ed un altro. Sempre che quel “noi” non sia solo un ponte di passaggio tra quello che eravamo e quello che saremo. Meglio non pensare. Meglio vivere ogni momento per la sua essenza. Meglio dimenticarsi di ciò che era e di ciò che sarà. La lunghezza della vita si misura in momenti di felicità. Noi, io e quelli come me, siamo splendide cicale, accecate dal sole che ci corre incontro. Presto ci supererà e andrà a spegnersi dietro quei monti. Ma noi non lo inseguiremo per tutta la vita cercando di rimanergli al passo. Noi godremo del suo passaggio, e resteremo immobili. E quando sarà passato aspetteremo il prossimo. E se non passerà, sarà stato bello lo stesso.>>

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3 commenti:

  • luca il 06/11/2011 21:30
    wow bello assai!! bellissimo...
  • mary rose il 18/05/2011 15:07
    Wow! È stupendo... sono rimasta veramente senza parole... complimenti per davvero...
  • Anonimo il 16/07/2009 22:21
    Tocchi argomenti essenziali, però accontentandoti solo di sfiorarli delicatamente. Non ti chiedi perché l'istante privo di durata, dividendosi indefinitamente, crei l'illusione del tempo. Non ti poni la domanda che affila il perché il punto senza dimensione né forma, replicandosi allo stesso modo dell'istante immobile, crei le forme attraverso l'estensione, misurata dalla distanza che due punti privi di estensione determinano tra loro. L'istante, come il punto, sono i muti delatori dell'Eterno.
    P. S.: Non si usano i << "sergenti" nei dialoghi, ma o la linea lunga — oppure « i "caporali" o anche le virgolette ". Ciao, sei bravo.

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