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Grazie!

Il sole splendeva alto nel cielo, quella terribile mattina di luglio.
I bambini giocavano felici al parcogiochi sotto gli sguardi vigili delle mamme e delle tate.
Ada scese lentamente dalla macchina e prese in braccio il piccolo Matteo, ancora assonnato dopo il viaggio. Si diresse verso una giovane donna con una folta chioma bionda. – Angela – disse, quasi sussurrando – Ti dispiace se ti lascio Matteo? Ho ancora da fare all’ospedale…
La giovane annuì e chiamò suo figlio, affinché giocasse con il bambino appena arrivato.
Il vialetto che conduceva al cancello del parco sembrava allungarsi man mano che Ada, dirigendosi verso l’uscita, lo percorreva.
Sapeva di avere gli occhi delle altre donne addosso e quasi sentiva i loro pensieri e i loro commenti bisbigliati. Non aveva bisogno della loro pietà, la loro compassione la innervosiva.
Se l’era sempre cavata, fin da ragazzina, e ce l’avrebbe fatta anche questa volta. Certo, sarebbe stato tutto più difficile ora, ma doveva farcela. Soprattutto per Matteo.


Attese a lungo, seduta in quel freddo corridoio bianco, in cui il silenzio era spezzato, di tanto in tanto, dal rumore delle ruote delle barelle e dalle chiacchiere dei medici.
I suoi grandi occhi azzurri vagavano nel vuoto, come alla ricerca di una risposta che, già da tempo, si era stancata di cercare. Vivere e mai chiedersi perché, questo era diventato il suo motto.
- Ada Morelli? – un’infermiera la stava chiamando – Venga con me. Prima di ritirare le cose di suo figlio deve firmare dei documenti.
Ada si alzò e seguì la ragazza fino ad un ufficio interamente arredato in legno.
- Mi dispiace, signora – fu l’unico commento del medico pelato e grasso che sedeva dall’altra parte della scrivania – Abbiamo fatto il possibile, lei lo sa…
- Lo so… - replicò la donna, con un filo di voce e poco convinta di ciò che aveva appena detto.


Attraversò al contrario il corridoio vuoto, trascinando il borsone da calcio di suo figlio che conteneva tre magliette ancora perfettamente stirate e i suoi jeans preferiti.
Si fermò dinanzi alla cappella dell’ospedale, accese una candela e, per la prima volta, lontana da tutti, pianse.
Sollevò lo sguardo verso la madonnina di gesso che sovrastava il piccolo altare e le sorrise. Era un sorriso complice, che la statuina sembrò ricambiare. Chi meglio di una madre che aveva perso un figlio poteva comprendere un’altra madre a cui era stato strappato un ragazzo di appena diciassette anni in un modo tanto terribile?
Ada si asciugò in fretta le lacrime e, non appena fece per sollevare il borsone, sentì delle voci alle sue spalle.

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4 commenti:

  • Rita Cancedda il 09/06/2009 18:15
    grazie mille!
  • Anonimo il 07/06/2009 19:41
    mi è piaciuto. complimenti
    Emy
  • Rita Cancedda il 14/04/2009 21:01
    che dire... grazie!
  • Alberto Veronese il 09/04/2009 18:57
    molto bello. mi è piaciuto. complimenti.

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