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fino alla luce (III parte)

Venerdì 28 febbraio. Cinquantesimo giorno.
Venire ricoverati è un sollievo: so di essere in buone mani. Medici ed infermieri mi accudiscono e mi riveriscono. Sono continuamente sottoposto ad esami, visite e controlli. È incredibile come si stiano impegnando pur sapendo che non ci sono speranze. Ogni giorno che passa è per il mio corpo un anno che se ne và. Per quanto la medicina si impegni, non riesce a contrastare l’inesorabile passo del tumore che sta avanzando senza ostacoli lungo una trincea ormai stremata. I medici delle cure palliative sanno guardare negli occhi e sorridere nel modo giusto, sono capaci di farti capire che stai morendo infondendoti un calore rassicurante. Sembra che trasmettano il messaggio che la morte non è poi così male. Poi torno a casa, questa volta per sempre.
Talvolta mi sfiora un insano senso di colpa: come se mi sentissi responsabile di tutto il disagio che sto creando intorno a me. Come se non fossi stato abbastanza forte da essere invulnerabile a questa malattia e per questo avessi deluso mia moglie. È innegabile che in questo momento io rappresenti la causa dell’infelicità delle persone che amo. Non io, ma il mio cancro. Devo stare attento a non identificarmi con quella malattia, devo ricordarmi ogni istante che la bestia che si è insinuata dentro di me, è un letale parassita, ma grazie a lei sto analizzando la mia vita. Grazie a lei trascorro parecchio tempo accanto ai miei cari, sento di amare e di essere amato sempre di più.
Questa sera sono sereno. È venuta a trovarmi più gente del solito. Sono allegro e più in forma. Però me ne sto andando.
È notte ed il mio capezzale è circondato d'amore. Giaccio sulla mia comoda sedia a dondolo e sento che il mio respiro si fa sempre più lento e faticoso. Mio figlio D. è seduto sul letto di fronte a me e mi stringe la mano destra, mio fratello L. è di fianco a lui e mi tiene la sinistra. Sono gli ultimi contatti con il mondo materiale. Sono più lucido degli ultimi giorni ma non sono più in grado di aprire gli occhi o di proferir parola. Il mio corpo ha preso le distanze dalla volontà del cervello. Ormai è una sfinge in balìa del cancro. Forse sto partendo per un'avventura senza ritorno, forse il vero viaggio comincia adesso. Sento che finalmente mi sto separando dal tumore, ma paradossalmente significa anche che mi sto separando dai miei cari. Vorrei dire l’ultima parola ma non riesco, il vecchio mondo ormai non mi appartiene più. Comunque il termine che vorrei pronunciare è : grazie!
Lascio che gli ultimi secondi scorrano inesorabili.
Fino all'apice. Fino alla soglia. Fino al silenzio. Fino alla fine. Fino all'inizio. Fino alla luce.

 

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