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Proteggere e Servire parte 1

CAPITOLO 1: L’ULTIMO VIAGGIO.

Questa sirena mi assorda... ormai sono più di dieci minuti che la sento martellare la mia testa. Maledetto traffico di New York del dopo lavoro! Non arriveremo più in tempo, ormai ne sono certo. Non è colpa dell’autista... sta davvero facendo quello che può per trovare il benché minimo varco tra le colonne di macchine che ci sbarrano la strada e che se ne fregano di me e del mio amico... soprattutto di lui. E non è colpa nemmeno dei due paramedici che tentano in tutti i modi di stabilizzare le condizioni del ferito. Sono vicini a me e li vedo davvero preoccupati. Si muovono in continuazione attorno alla barella, impacciati anche dallo spazio angusto dell’ambulanza. Li vedo osservare continuamente quel monitor in alto... anch’io lo scruto da quando siamo entrati ma non sembra voglia dare buone notizie... sullo schermo quei picchi distano parecchio l’uno dall’altro ed anche i bip non si ripetono affatto spesso. Il numero in alto a destra segna cinquant’otto ma sta diminuendo gradualmente. Se ne sta andando.
Il mio amico se ne sta andando.
I due camici bianchi vorrebbero stabilizzarlo... vorrebbero fermare quella dannata emorragia che invece non vuole saperne di fare la brava ed anzi sembra aumentare ad ogni istante quasi a volere prendere per il culo gli sforzi dei due giovani dottori, che non si rassegnano ancora, come sto cercando di non fare nemmeno io.
Li vedo sudare copiosamente mentre afferrano siringhe, fanno iniezioni di tutte quelle sostanze che ho sentito nominare tante volte ma che non ho la minima idea di cosa siano... epinefrina, soluzione di sodio eccetera. Solo arabo per quanto mi riguarda e del resto non sono un dottore. Tutto quello che è certo al momento è la marea di sangue che sprigiona dalla ferita all’addome del corpo privo di conoscenza sdraiato sulla barella e che sta gocciolando sul pavimento dopo aver imbevuto le garze che dovevano in teoria fermarlo.
Non c’è più nulla da fare... vorrei sperare ancora ma non ci riesco più. Lo temevo da quando siamo saliti sull’ambulanza. L’ospedale è ancora a qualche isolato ma anche se fosse ad un metro sarebbe uguale. Mi consola il fatto che non ha mai ripreso conoscenza. Voglio pensare che non stia soffrendo... beh, magra consolazione.
Non è giusto.
Non è giusto che un ragazzo di appena ventitrè anni faccia una morte così schifosa per niente!
Soltanto ieri pensava a cosa fare nella vita... aveva una laurea in mano e tante possibili strade da percorrere... adesso sta per intraprendere una strada senza ritorno. Aveva il sorriso stampato sul volto al momento della sua proclamazione, ne sono convinto. Era ansioso di buttarsi nella mischia e di fare tutto quello che poteva per costruirsi una posizione in questo schifo di mondo... voleva solo questo, niente di più. Ma credo che al giorno d’oggi, cercare di vivere in tutta onestà sia divenuto una chimera.
Non lo conoscevo... come non conoscevo gli altri e le altre. Non sono vecchio, solo trentacinque anni ma ne ho visti tanti, troppi e sono stufo. tutte persone che chiedevano alla vita solo una cosa... viverla serenamente. C’è qualcosa di male in questo? Io penso di no, ma non conta quello che penso io. Vorrei che le cose andassero per il verso giusto ma non conta quello che vorrei io... perché alla fine tutto va sempre nel verso sbagliato e non conta nulla arrabbiarsi. Fai l’impossibile per cercare di arginare la situazione ma per quanto rattoppi da una parte, c’è sempre qualcosa che ti sfugge dall’altra; ed alla fine accade che qualcuno che non meritava di morire ci lascia la pelle senza che esista un senso in tutto questo.

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