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la cava

Era dall’altra parte della strada, dopo un tratto ricoperto di spinosi rovi e ortiche guardiane. Non ci andavo con i cani, a loro non piaceva, preferivano declivi più dolci e soffici d’erbe tenere.
In paese dicevano che era un luogo maledetto, infestato. Mi ci recavo di notte, da sola, col mio bastone.
Di giorno era una distesa brulla di sassi aguzzi, una vecchia cava abbandonata in cui proliferavano solo cardi, sterpi e piante di finocchio selvatico dal profumo dolciastro, ma di notte la luna illuminava le pietre bianche di cui non ricordo il nome e l’atmosfera si faceva livida.
Quello che allora era il mio Maestro di Viaggi mi aveva messa in guardia dal luogo e si rifiutava di accompagnarmi nelle mie scorribande notturne. E così m’inoltravo per il sentiero impervio fino alla spianata di pietre. Il silenzio era assoluto. A differenza degli altri luoghi della campagna lì gli animali sembravano non trovate ne tana ne cibo. Camminavo nel silenzio innaturale, come richiamata da un vuoto e senza paura, ma con timore riverenziale trovavo il cerchio di pietre non da me preparato in cui mi sedevo a sognare e meditare. Lì e solo allora fievoli voci giungevano al mio cuore e potevo sentire la fatica degli scavatori e le urla di dolore dei feriti e dei morti. Le ascoltavo con pazienza, perché volevano essere ascoltate e riversavano in me l’angoscia del pianto. Tenevo loro compagnia e so che lo apprezzavano, non facevano nulla per spaventarmi. Solo quando mi incamminavo per tornare verso casa mi sentivo trattenere alle spalle, come se piccole mani si aggrappassero per tirarmi indietro. Allora recitavo il mio rituale: prendevo con me una pietra e promettevo di riportarla alla prossima visita. Mi sentivo liberata e potevo tornare a casa serena.
Il mio Maestro mi riprendeva aspramente per quelle sortite, diceva che il luogo era pervaso da forze troppo potenti per una novellina come me, tuttavia, di fronte alla mia ostinazione una notte decise di accompagnarmi. Non so se fosse il suo disagio a contagiarmi, ma improvvisamente il luogo mi apparve severo e inospitale. Camminavo tre passi avanti ma lui volle che mi accostassi ricordandomi che non ero io fra noi la guida. Prima di arrivare al mio cerchio di pietre mi impose di tornare indietro, mi prese per un braccio per trascinarmi via. Dopo qualche passo mi sentii letteralmente sollevare come da una forza invisibile e mi ritrovai scaraventata a terra a pelle d’orso con le mani e il volto ferito dalle pietre aguzze.
Tornammo velocemente verso casa con lui che masticava parolacce e ingiurie contro la mia testardaggine.
Il giorno dopo le ferite si erano infettate e stillavano pus, tanto che mi dovetti rivolgere al medico. Naturalmente al mio Maestro promisi di non tornarci più e naturalmente ci tornai.
Era una notte senza luna e il mio piede era sicuro. Seduta nel mio cerchio compresi l’errore: l’ospite che avevo portato con me non era lì ben accetto.
Ci andai ancora e ancora e alla fine il mio Maestro mi liquidò dicendomi che ero alleata di forze oscure e che non volevo seguire il cammino che lui aveva in mente per me (mai seguito atro cammino che non fosse il mio).
Prima di partire per Milano vi tornai un’ultima volta e fu come le altre: presi la pietra prima di congedarmi… la conservo a distanza di un anno ancora nella mia borsa, per quando tornerò.

 

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