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Gocce di piombo

Dannazione.
Ma perchè deve sempre succedere a me?
"Pensaci tu, Froster".
Il bastardo non è capace di dire altro.
Bella roba essere commissario. Mi sa che un giorno o l'altro mi prendo anch'io una laurea, così da poter finalmente smettere di dipendere da Mulliver.
Anche il cielo di New York ha pena per me, a quanto pare. Un pianto fitto, senza tregua; lacrime calde provienti da neri occhi di nubi. La fabbrica abbandonata che ho davanti non potrebbe apparire meglio che con un tempo come questo. Il sole non dovrebbe toccare certi incubi partoriti dalla mano dell'uomo. Una massa grigia, rovinata, decrepita.
Morta.
E nelle viscere abominevoli di questo cadavere della rivoluzione industriale un piccolo verme sopravvive, nascondendosi dai predatori del mondo esterno. Come me. Un tossico tanto giovane quanto imbecille, che ha rovinato la propria vita e quella altrui con il suo vizio maledetto. La sua ultima bravata è stata aggredire un povero fallito che gestiva un negozietto per prendergli i quattro soldi della cassa. Ma io mi dico, se non sei miliardario come anche solo pensi di poterti drogare? Comunque, un imbecille con una pistola non diventa Lupin; alla prima, goffa, reazione del commerciante è partito il colpo, che per fortuna di entrambi si è infranto nella laida gamba. Jimmy poi si è rintanato come il ratto che è in questo bel rudere davanti a me.
Prenderlo e sbatterlo in cella sarebbe il lavoro per una squadra, ma a New York ne abbiamo troppi di problemi per sprecare poliziotti così. E come Mulliver ben sa, per certe faccende io solo sono più che sufficiente.
Pochi metri mi separano dall'entrata dell'edificio. La porta non c'è più da chissà quanto, il varco rettangolare è grande abbastanza da sembrare una dantesca porta di questo inferno urbano. Chissà se Jimmy avrà lasciato ogni speranza, dopo essere entrato.
Varco la soglia con passo lento a calcolato, accompagnato dal cigolio della suola di gomma dei miei stivali. Il mio impermeabile è zuppo, come il cappuccio che mi incombe sulla testa.
È ora di lanciarlo indietro.
La pioggia ha un odore tutto suo. Una sensazione salmastra, che diventa sempre più forte in base alla chiusura del luogo. Qui è dannatamente forte e mischiata ad un tanfo di polvere non fa che rendere l'aria ancor più irrespirabile.
Non vedo l'ora di tornare fuori, all'aria aperta.
Percorro il lungo corridoio che funge da atrio, seguendo come un cane da caccia la mia preda. Per fortuna non devo affidarmi all'olfatto o cercare ramoscelli spezzati; le impronte sono bel visibili, tracce fangose nel mare di polvere. Intorno a me null'altro che parti di muratura crollate e spazzatura variegata. Segno visibile che qualche barbone ha trovato dimora qui, qualche tempo fa.
I passi voltano all'improvviso verso destra. Dietro una porta parzialmente sfondata una scala in muratura. Salto oltre i vetri sparsi per terra, poi sono pronto a salire al piano superiore. La luce è dannatamente fioca, ma non è saggio usare la torcia sempre presente nel mio impermeabile.

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