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L’ultima fermata

Si dice che quando un uomo tocca il fondo non gli rimane altro che risalire. Così si dice.
Ma quella in cui io sto precipitando ha ormai assunto i contorni di una voragine senza fondo e continuerò a discendere in eterno se non trovo qualche appiglio a cui aggrapparmi, qualcosa da cui ripartire e che col tempo mi aiuti a risalire. Appigli... il problema è che non ne vedo attorno a me; se me lo chiedete oggi vi rispondo che non esistono. Attorno a me vedo invece persone che mi ripetono che sono giovane e dovrei cercare di rifarmi una vita, cercare di lasciarmi i ricordi alle spalle. Loro non sanno quanto sia difficile ricostruirsi un’esistenza e quanto sia duro dimenticare. Ma li capisco, sono cose che si dicono sempre, una sorta di scudo all’imbarazzo, più che altro, nella speranza che non capiti anche a loro. Sono le stesse parole che direi io se fosse capitato a qualcun altro, probabilmente. Funziona così.
Oggi in ufficio c’è gente che mi guarda e sorride alla maschera che da qualche tempo indosso sul mio volto ed essa contraccambia il sorriso. Se nessuno riesce a vedere al di là della maschera, nessuno potrà leggere la tristezza del mio animo. Nessuno strapperà fuori quella tragedia dal fondo ai miei occhi. I colleghi di lavoro crederanno che io stia meglio e io glielo lascerò credere. Non è la soluzione al problema, ma per ora va bene lo stesso.
Gettarsi a capofitto nel lavoro è una sorta di sedativo, però uno non può barricarsi in un ufficio in eterno e ogni giorno, a fine turno, là fuori resta la vita da affrontare... o quello che ne rimane.
Dovevano essere le sei passate quando riposi i documenti nella ventiquattrore con gesti controllati, ripetitivi, automatici. Riposi i documenti seppellendo, un foglio alla volta, il disegno, quello che conservo da quando lei lo ha fatto, che mi porto dietro e che ogni tanto mi guarda coi suoi tratti esili e stilizzati: linee a cera colorate cariche di tutta la malinconia che un disegno come quello non dovrebbe mai avere. Giace in mezzo a fogli grigi di un lavoro grigio che però è l’unica cosa che adesso mi spinge ad andare avanti, mi da’ uno scopo, mi aiuta a non pensare al resto della mia vita a catafascio.
Fuori dal palazzo, uno di quei palazzi anonimi, stracarichi di uffici e poco altro, la fresca brezza della sera era buona e la respirai a pieni polmoni. Il cielo imbruniva gradatamente e il tempo sereno si contrapponeva al mio stato d’animo. Anche il traffico sembrava più scorrevole del solito, in quel tumulto di città. La giornata si era schierata dalla parte dei cuori gioiosi e sprizzava serenità; la sera stava scendendo con dolcezza. Non faceva per me. Camminavo sul marciapiede, anzi lasciavo che le mie gambe camminassero, per essere precisi. Mi immersi nell’impermeabile come prevedendo una burrasca; fuori dal riparo di un lavoro fittizio la mia mente s’immerse nei ricordi.
Erano passati otto mesi dall’incidente che mi strappò via moglie e figlia. Io ero a casa quando arrivò la telefonata: un maledetto incidente stradale. Niente da fare per la piccola. Morta sul colpo. La madre era stata trasportata all’ospedale, ma poche speranze. Quando giunsi al reparto di rianimazione il dottore mi fermò sulla soglia scuotendo la testa. Meglio per me se non entravo; meno incubi per me. Entrai. Dieci minuti più tardi ero solo. Un brutto urto, la macchina semidistrutta, inutile farsi illusioni. Anche l’autista dell’altro veicolo, un furgone, era rimasto ferito. Andai a trovarlo carico di rabbia e disperazione. Piangeva e si scusava. Non lo incolpai mai dell’accaduto, forse perché non fui in grado di farlo. Forse commisi un errore. È una lezione che ho imparato troppo tardi: il dolore non si cancella, non evapora, si canalizza. E non buttarlo addosso a qualcun altro significa tenerselo per sé. Forse agire diversamente mi avrebbe aiutato ma allora volevo solo andarmene di lì, fuggire via. Misi tutto in mano al mio avvocato come a non volerne sapere più nulla, ma so che prima o poi mi chiamerà per informarmi degli sviluppi relativi alle indagini. Per allora mi sarei fatto forza. O almeno così speravo.

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1 commenti:

  • Anonimo il 08/05/2009 16:29
    "Si dice che quando un uomo sta per morire gli passa tutta la vita davanti come un film. Così si dice."
    E la beffa, sarebbe se in quel film, comparissero anche le pubblicità...
    CIao
    MAx

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