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il sorriso perduto

Mi ricordo bene che quando ero bambino d'estate si andava in montagna ed i pomeriggi erano tutti uguali; il cielo fermo immobile si addensava di nubi vaporose sul tardo del pomeriggio, l'acqua della fontana della piazza scrosciava tutto il giorno così forte che mi chiedevo come si potesse dormire la notte nelle baite lì vicino. Io uscivo con i miei pantaloncini a mezza gamba e i sandali di gomma appena dopo pranzo e andavo giù al torrente, mi portavo dietro una barchetta a forma di catamarano che mi ero fatto col fondo di una vecchia grattugia trovata in un angolo della cantina, per vela ci avevo messo un pezzo di tela che mi aveva dato mia madre come ritaglio di un scampolo.
Avevo anche un omino di plastica di quelli con la faccia gialla e il sorriso nero stampato sopra, le braccia e le gambe snodate che se ne stava seduto sul fondo della mia imbarcazione che si reggeva a galla grazie ad un paio di tappi di sugaro assicurati alla meno peggio sullo scafo.
Quando scendevo al torrente avevo una pozza segreta dove andavo a giocare, abbandonavo il sentiero costeggiato da alte file di ortiche e tagliavo per un prato e l'erba alta mi accarezzava le magre gambe scoperte da ragazzino;le coccinelle mi si attacavano alla vita sul bordo della maglia e i tafani ronzavano attorno al mio sudore, alla mia emozione di scendere là in basso dove l'acqua faceva una conca profonda e scura di cui solo io potevo scorgene il fondo.
Il greto del torrente era fatto come di lastre di ardesia, scivolose e scure, e sul lato a ridosso della montagna nascosta dalla alta vegetazione, c'era quella che chiamavo la pozza dei girini: uno specchio d'acqua caldo e immobile denso di alghe pieno di uova di rana come chicchi d'uva sospesi e ci potevo vedere le piccole larve attraverso la membrana trasparente. Passavo sempre a dare un occhio alle piccole uova a vedere giorno per giorno quei bozzoli lucidi e vischiosi pulsanti di vita.
Un giorno poi non trovai più le uova ma guardando bene sul fondo vidi una grossa biscia d'acqua con la pancia gonfia che si era spazzata tutta la colonia dei girini, se ne stava lì ferma immobile, fiera del suo pasto e solo la coda si muoveva, dalla bocca colavano ancora le uova smembrate. Da quella volta non mi fermai più alla pozza dei girini ma mi precipatavo sempre più in basso alla mia pozza segreta.
Facevo scendere la mia barchetta dalla cascatella appena più in alto e la guardavo scivolare con la punta dentro lo specchio freddo e luccicante dell'acqua di montagna e poi la recuperavo al limitare della riva.
E andavo avanti ore e ore da solo a fare quel gioco, a volte l'omino cadeva e galleggiava sul pelo dell'acqua e allora lo recuperavo con un ramo di nocciolo.
I sandali di gomma mi scivolavano sotto le piante dei piedi e le gambe dopo un po,' per lo starmene così accovacciato accanto alla pozza, mi diventavo pesanti, la testa no, quella volava leggera persa nei giochi di quei pomeriggi estivi senza fine.
La barca alla fine si spezzò perdendo i tappi galleggianti e la grattugia finì sul fondo e lo scampolo della vela se lo portò via la corrente. La potevo vedere luccicare là in basso come un tesoro segreto e decisi di lasciarla lì in modo che tutte le volte successive che sarei sceso laggiù quello scintillio di metallo sotto il pelo dell'acqua mi avrebbe aspettato e raccontato il freddo del suo mondo sommerso.

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1 commenti:

  • Anonimo il 12/05/2009 20:26
    Bei ricordi che portano indietro... si torna fanciulli... bravo.

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