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Quei giorni di Settembre Parte 2.

CAPITOLO 7 : L’ULTIMA BATTAGLIA DEL LUPO.

I soldati del Reich avanzano, seppur con evidente difficoltà. Le colline dell’Appennino tosco emiliano non sembrano il terreno più adatto ai loro stivali di cuoio ed il terreno a tratti friabile dei boschi non favorisce il loro equilibrio. A volte chi cade riesce a rimettersi in piedi ed a continuare la propria faticosa salita verso il nemico, ma capita che il soldato tedesco che scivoli sulla finissima ghiaia sotto i suoi piedi sia destinato a non rialzarsi più, falciato dai proiettili che sembrano sputati da una vegetazione desiderosa di dare la più dura delle punizioni agli intrusi che non meritano di essere accolti in essa. Una natura indignata dal sangue che quegli uomini hanno fatto scorrere sotto i loro occhi. Occhi puri, abituati alla lucentezza del sole, al sapore invitante dell’aria pura... assolutamente impreparate a respirare il disgusto del sangue che ha imbevuto le loro radici e corrotto la loro innocenza. Una vegetazione che sembra essersi stancata di fare da spettatore passivo e che ora vuole la sua vendetta.
Le grida di addio alla vita di quella razza che si crede tanto superiore alle altre ed i corpi che rotolano dai declivi sono un pessimo spettacolo per gli altri che restano e che non hanno altra scelta che continuare ad avanzare faticosamente nel grembo di quella natura così bella che vuole solo rigettarli, servendosi dei loro nemici e nascondendoli fra i suoi rami, i suoi cespugli e le sue rocce.
Gli ordini sono chiari: avanzare a qualunque costo. Mai indietreggiare. Mai ritirarsi.
Molti di quei soldati sono poco più che ragazzi. Non hanno mai combattuto una battaglia contro un nemico invisibile. Si sono divertiti ad uccidere per tutta la mattina e tanti loro compagni stanno ancora uccidendo in paese. Sfortunatamente, loro hanno ricevuto l’ordine di rastrellare le colline circostanti per scoprire i rifugi dei loro principali nemici e stanarli. Erano tutti convinti che fosse un compito semplice. Erano convinti di andare contro un branco di contadini male armati che avessero ottenuto le loro vittorie per pura fortuna. Il grande esercito tedesco li avrebbe trovati in breve tempo e li avrebbe distrutti nell’animo e nel corpo come aveva fatto con tutti i suoi nemici. Come stava facendo con gli abitanti dei paesi vicini. L’esercito tedesco non avrebbe perso una battaglia così semplice, quasi ridicola da combattere.
Ma l’esercito tedesco stava scoprendo di non essere così grande come credeva. Lo stava scoprendo su quelle colline come nel resto d’Europa. E non era preparato a fare i conti con questa rivelazione. Avevano ragione: i partigiani erano contadini, giovani studenti idealisti e addirittura delinquenti e borseggiatori militavano tra le loro fila. Non erano bene armati, questo è vero... il loro arsenale era costituito quasi esclusivamente dalle armi rubate ai nemici uccisi.
Potevano sembrare una brigata da quattro soldi, a prima vista. Non avevano alcun addestramento militare (almeno questo valeva per molti di loro) e non potevano sfoggiare un fisico da gladiatori scafati da ferite di battaglia e scontri in almeno tre continenti come i loro avversari ariani... ma c’era una cosa in cui abbondavano, specialmente in questi ultimi mesi, appena saputo dello sbarco alleato e dell’imminente vittoria che sentivano già nelle loro mani. Avevano coltivato la disperazione della preda braccata continuamente dal predatore. Una vittima indifesa che sente giorno e notte l’alito fetido del mostro che vuole divorarla senza nemmeno sputare le ossa. Una preda sempre vicina ad essere di fronte ad un muro invalicabile, preludio all’ultimo mortale attacco del cacciatore impietoso.

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