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Scendo verso la cima

La sicurezza non si compra. Si offre sola, nuda, accomodante e piacevole. Molti di noi provano antipatia per tutta una vita nei suoi confronti, fino a quando, piombata nella nostra vita, ne diventiamo dipendenti, succubi, tossici.
Mi interrogai molte volte, sul suo significato, sull’etimologia stessa del termine, che molto spesso nasconde risvolti inaspettati, insperati, o incredibilmente deludenti.
Beh, risvolti inaspettati ci lasciano beneficio d’inventario, soggettività e discrezionalità: La scoperta di uno zio d’america, che provvidenzialmente venuto a mancare ci copre di ricchezze, copre quell’emisfero del pianeta “inaspettato” su cui tutti si trasferirebbero in pianta stabile.
Varcato l’equatore, un amico di quelli con la A maiuscola lascia scorrere commenti poco lusinghieri nei nostri confronti, vis a vis o tramite terza persona. Non era atteso, e ne avremmo fatto volentieri a meno.

Sorvoliamo volontariamente sull’insperato, un romanzo che ciascuno di noi ha scritto, una pagina fitta fitta alla volta, in attesa di pubblicazione. Meraviglie che vedranno la luce nella nostra mente, nel nostro ipertrofico cuore: senza dubbio qualcosa di apprezzabile ed apprezzato, dentro la sorpresa c’è il bello che ognuno di noi sa disegnare, colorare, confezionare e riporre, sempre.

La delusione. Ti priva dell’anelito che ti garantisce la sopravvivenza. Ti senti pervaso dai crampi, come alla fine di una maratona che speravi di portare a compimento agile, sciolto, vittorioso. Ma il crampo diventa stiramento, lo stiramento strappo. Ed ecco che inesorabile la gravità si fa più forte, pressante, crudele. Ti curvi sulla schiena ansimante, spalanchi gli occhi e allarghi a più non posso il petto cercando aria, digrigni i denti in una smorfia che il dolore e la fatica hanno scelto per te.
La delusione ti prende per mano, si fa macchina del tempo, ti riporta sui banchi di una scuola onirica, leggera, luminosa. Sei un bimbo adulto, che mordicchia la matita fino a devastarla, mentre la delusione assume sembianze a te note: la tua maestra, che amorevole ti ha fatto innamorare della lingua italiana, delle scienza naturali, dell’ora di psicomotricità.
Ma la maestra si incattivisce, aggrotta le sopracciglia, gli occhi diventano porcini, inquisitori, la voce si ingrossa e si fa stentorea.
“Preferiate conoscere mille volte la mia collega illusione, piuttosto che una sola volta me”.

In questi ragionamenti mi persi mille volte, un pezzettino, una considerazione alla volta, rametti di sterpaglia gettati nel focherello, ad alimentarlo, a regalargli dieci, cento, mille lingue di fuoco dal subdolo tepore, che prima o poi bruciano.
Quant’è meravigliosa la sicurezza. La spogliai delle sue vesti accomodanti, le lavai con acqua cristallina i profumi inebrianti ed ipnotici. La ringraziai e le dissi sorridente:

“Scenderò tanto nelle profondità dell’inferno, che mi ritroverò alla sommità del paradiso.”

 

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1 recensioni:

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  • Anonimo il 03/04/2013 18:48
    ... un racconto piacevole
    che si lascia leggere
    volentieri fino in fondo
    complimenti...

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