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Quasi la felicità

Mi sveglio. Mi rigiro nel letto. Un dolore alla spalla, un intorpidimento, fino al collo, mi ricorda le improbabili posizioni di qualche ora fa. Meno male che non è la spalla ancora malandata per l’incidente. Richiudo gli occhi e mi lascio scivolare addosso le sensazioni, dalla testa ai piedi, che mi accarezzano, mi risvegliano qualche brivido. Una piccola concessione ai sensi, e poi parte subito, prepotente, la testa. Il mio hangover in questi casi si traduce in un bisogno di capire, inquadrare, riflettere il vissuto; cosa quanto mai perniciosa, ma inevitabile, che ormai ha un suo rituale.. Affiora davanti al cappuccino, con cui tento di snebbiarmi, e affonda nell’inarrestabile bisogno di scrivere quel che penso, con l’agghiacciante aggravante che no, non scrivo solo per me, ma condivido questo rituale col malcapitato, che troverà –speriamo dopo qualche tempo- la mail del giorno dopo nella sua casella di posta elettronica.
E mi diletto nel considerare in quanti diversi modi, su quanti diversi livelli si può leggere l’esperienza. Un uomo e una donna, che si incontrano, e si conoscono.
Una donna libera, attratta da quel maschio, e un uomo, che ha davanti una femmina disponibile. Pochi, chiarissimi segnali, un semaforo verde, una breve danza, e la naturale inevitabilità dell’incontro. Così semplice, universale, vitale, bastevole. Non bisogna essere poeti, si può essere analfabeti, e danzare in perfetta armonia.
Ma perché quell’attrazione? Una reazione chimica, desiderio di trasgressione, una vendetta dell’orgoglio ferito, il riconoscimento di una profonda intesa?
E poi, dopo? Come continua quella danza, quando i corpi si staccano?
Come, quando e perché la travestiamo da innamoramento?
Parte lo scavo più difficile e intrigante, contraddittorio ed illusorio. Scavare nel proprio passato alla ricerca di risposte. Il rapporto col padre. La conflittualità repressa con la madre. Quarant’anni: un’età in cui fino ad un attimo fa le donne erano nonne, finite nel corpo e nello spirito; ora sono belle, a volte come mai da ragazze, cariche di vita piena, grappoli settembrini. Hanno accanto un uomo, un po’ disorientato, il corto circuito è in agguato in ogni momento.
Avide di vita, non vogliono rinunciare a nulla. Sole ancora caldo, una donna a quarant’anni vede avvicinarsi l’orizzonte, e vuole che la luce, il tepore duri ancora a lungo. Ha imparato, o sta imparando, a non aver paura del dolore. Capisce che è il sale della vita, quello che rende le cose belle, e importanti.
Diventa egoista, come e più degli uomini.. E io?
Sì, anch’io. Consapevole del valore di un rapporto, ma esitante nel lasciare andare la libertà ritrovata. Cenerentola che sa che deve andare, ma vuole ballare fino all’ultimo ballo. Anche se so di rischiare, mi concedo il lusso di seguire la corrente, per un po’.. salvo poi remare a ritrovare la rotta. Ma la conosco, questa rotta? L’ho sempre avuta nel cuore, limpida? Il vagare in mare aperto è stato solo un aspettare che si creassero le condizioni per seguirla?
E se non portasse ad alcun porto sicuro? Perché non ho saputo abbandonarla in tempo? Mi posso fidare del mio istinto, mai svelato, o è un tragico, disperato abbaglio? E lo voglio davvero, un porto sicuro?
Penelope è diventata Ulisse, sull'isola di Ogigia.

 

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