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La Voce

Non siete nati per capire. Nessun mortale oltre me, su questa terra, o nell'intero universo, ebbe mai il privilegio di udire, in tutta la sua bellezza e la sua spaventosa evanescenza, la Voce. Questo venni a sapere da lei direttamente, nella notte in cui per la prima volta la incontrai in sogno. La serata non era molto diversa da tutte le altre: la mia pigrizia e la mia natura solitaria da sempre mi avevano impedito di partecipare ai normali eventi mondani, da cui invece alla maggior parte dei miei simili piace bere come da un calice ripieno del più dolce e attraente dei veleni. Per quanto mi riguardava, amavo l'ombrosa solitudine della mia piccola casa nella provincia di Lecco, dalla quale era sempre un piacere osservare il paesaggio: il lago luminoso, che si faceva strada come un bambino in cerca di fantastiche avventure tra le due colline che lo fiancheggiavano, dolci ma possenti.
Quella notte passava quindi come molte altre erano passate, in un clima di rilassata riflessione e una punta di noia, che però avevo imparato a godermi.
Immerso nella mia poltrona, un buon libro tra le mani, facevo passare il tempo, senza alcun pensiero e solo nel silenzio che pareva creare intorno a me un guscio protettivo, di cui ancora pochi esemplari della mia specie sono dotati, che mi difendeva da qualsiasi contatto con il mondo esterno, il quale sempre più mi risultava ostile e a volte persino rivoltante.
In un tale clima di calma e serenità, il sonno giunse lentamente e gradualmente, accogliente proprio perché fu in grado di disperdere i miei ultimi contatti con la realtà. Devo ammettere ora che quasi mai mi era capitato di ricordare i miei sogni: in fondo non si trattava di null'altro che di una diversa rappresentazione della propria esperienza di vita, una sua rielaborazione per così dire, e quindi difficilmente indugiavo nel ricordo di ciò che mi disgustava così profondamente.
Quella notte, però, il sogno fu diverso: non era frutto della mia mente ma sembrava proveniente dell'esterno, come un film proiettato direttamente all'interno del mio cervello, un film di cui sarei stato l'indiscusso protagonista. Mi trovavo in un prato, nient'altro che erba alta quasi fino al petto occupava il mio campo visivo. Il colore blu dell'erba mi dava la stranissima sensazione di trovarmi nel mezzo di un oceano sul quale potevo senza sforzo camminare. Il cielo, invece, era di un colore molto difficile da definire, poiché non apparteneva al limitato spettro luminoso percepibile dall'uomo; in ogni caso trasmetteva un certa ostilità, e senza dubbio offendeva l'occhio, del tutto incapace di collocarlo in un qualsiasi punto della sua esperienza, eppure costretto a scontrarsi con la sua realtà indiscutibile. Con la sicurezza tipica del sogno, mi voltai, e non fui per nulla stupito di trovarmi davanti ad una casa, dall'aspetto rustico ma accogliente, dotata di una leggera luminescenza sfocata che a lungo andare mi avrebbe infastidito molto. Entrai senza esitazione nella casetta, e quello che trovai, sebbene completamente discordante e fuori luogo, non mi fece alcuna impressione. È strano come nei sogni accettiamo senza battere ciglio fatti che nella realtà ci farebbero fuggire a gambe levate oppure dubitare della nostra sanità mentale. L'ambiente in cui mi trovavo era completamente metallico, anche se aveva l'aspetto, più che di una macchina, di qualcosa di vivo che fosse, con il passare del tempo, nato e cresciuto lì dentro, simile all'edera rampicante. Non potevo distinguere mobili o arredamenti di sorta, almeno non secondo i canoni tradizionali di arredamento. La stanza era molto più vasta di quanto le dimensioni della casa avrebbero mai potuto contenere, ma anche questo non mi stupì. Una nota di panico mi prese però nello scrutare nell'angolo a sinistra, uno dei tanti punti in ombra di quell'assurdo edificio. Pareva che una massa di esseri deformi, che si accavallavano l'uno sull'altro, sormontandosi e inglobandosi a vicenda, fosse rintanata in quel punto, protendendo ogni tanto al di fuori dell'insieme un arto o una testa malformata, come timorosa di uscire allo scoperto, almeno finché vi fosse stata una parvenza di luce a tenerla a bada. Non credo di poter definire in nessun modo questa massa di creature senza aspetto, poiché non sono ancora stato in grado di vederli al di fuori dell'ombra che li proteggeva, e che proteggeva fortunatamente anche me dalla loro vista. Fu allora che udii la Voce. Arrivò lentamente, all'inizio solo sotto forma di una serie di scariche statiche nell'aria, poi frasi sconnesse, intervallate da momenti di silenzio che precludevano ogni tentativo di comprensione, ma che diventavano sempre più brevi con il progredire di quella che per ora sembrava una sintonizzazione, più che un discorso. Mi diede come la sensazione che l'essere invisibile e onnipresente che permeava l'aria intorno a me stesse in qualche modo cercando di abituarsi alla mia lingua e alle sue strutture fonetiche. Quando lo strano processo che si stava compiendo giunse finalmente ad una conclusione, la Voce parlò: mi accorsi subito del suo freddo tono neutro, né maschile né femminile, dotato però di una bellezza intrinseca difficile da spiegare, un fascino matematico e dato dalla sua regolarità. Pareva provenire da un'unica macchina gigantesca e allo stesso tempo essere frutto di tutte le voci di tutti gli esseri presenti, passati e addirittura futuri che abbiano fatto parte o faranno parte dell'esistenza. Dopo avermi detto quello che già sapete, anche se ora temo sia una menzogna, mi chiese se volessi sapere di più sulla sua origine, sul luogo da cui veniva, probabilmente sapendo benissimo che la mia risposta sarebbe stata un sì: avrei fatto di tutto in quel momento pur di sentir risuonare in eterno quella Voce, quel tono divino così perfetto e sicuramente eterno. Ma quello fu anche il momento in cui abbandonai il sogno e iniziai a tornare lentamente alla realtà. Certo è che al momento del risveglio, il mio primo desiderio fu quello di tornare a dormire: speravo, irrazionalmente, che tornando al sonno sarei automaticamente tornato nella cascina nel prato blu, cosa che una piccola parte di me vedeva come naturale e certa, ma che l'esperienza mi impediva di accettare e quindi di credere fino in fondo. Nessuno ha mai recuperato un sogno tornando a dormire. Eppure ero certo che non si trattasse di un sogno normale: da una parte imprecavo contro la mia infantile stupidità, dall'altra desideravo tornare nel mare d'erba, sentire ancora una volta la Voce. Man mano che il tempo passava, comunque l'attrazione che la Voce aveva avuto su di me andava scemando, mentre il peso della realtà ripiombava sulle mie spalle come il peso del cielo su quelle di Atlante. Quel giorno mi aspettava un evento che ormai da un mese temevo. Al teatro Palladium si sarebbe tenuta quella sera una rappresentazione della Commedia di Dante Alighieri. Un amico, uno dei pochi rimasti, in realtà, aveva insistito a tal punto perché presenziassi con lui a quello spettacolo che alla fine avevo dovuto accettare, pur di non rovinare il rapporto con lui. Non che mi importasse davvero di lui, ma sapevo che il giorno in cui fossi rimasto completamente solo sarebbe stato il giorno in cui la follia avrebbe iniziato ad impadronirsi di me. Desideravo oltre ogni cosa la solitudine totale, ma al contempo temevo tutto ciò che ne sarebbe potuto scaturire. Purtroppo, per ora, la mia necessità di aderire almeno in parte alla concezione secondo cui “l'uomo è un animale sociale” mi aveva costretto ad una cena veloce, lunghi preparativi per rendere la mia immagine almeno accettabile agli occhi indaganti dei miei simili, e alla fine a ritrovarmi, impacciato e con una sensazione di ansia ben più che leggera, a fianco del mio amico all'ingresso del teatro. Durante la lunga coda all'ingresso ebbi modo di osservare con attenzione molte persone, attività alla quel non mi dedicavo da parecchio tempo. Più guardavo e più mi convincevo del fatto che qualcuno avesse commesso un madornale errore nel darmi la vita nei panni di un essere umano. Mi si paravano davanti quadretti la cui disgustosa falsità e macchinosità sarebbe risultata comica, se non per il fatto che tutti parevano prendere molto sul serio la farsa a cui stavano partecipando. Quattro amiche parlavano tra loro, lanciando risolini acuti e a mio parere idioti, tutte con un sorriso appiccicato sul volto, ma che pareva pronto a volare via al primo alito di vento. Un signore baffuto proprio davanti a me stava rimproverando il figlio, a dir poco diciassettenne, perchè sembrava

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7 commenti:

  • Riccardo Calandra il 05/07/2009 00:53
    Ne ho un altro in cantiere per ora, abbastanza diverso da questo, sono stato fermo per la maturità ma adesso riprenderò subito. Grazie per il commento positivo
  • Fabrizio Carollo il 04/07/2009 15:48
    Molto ben scritto e storia avvincente! Dovresti scrivere di più!!
  • Riccardo Calandra il 28/06/2009 17:49
    Per quanto riguarda la grafica, me ne sono accorto anche io recentemente, e infatti in tutto quello che sto scrivendo di nuovo sto imparando a suddividere il tutto un po' meglio. Péer quanto riguarda il resto ho ricevuto già consigli molto simili ai tuoi, vedrò di lavorarci. Mille grazie.
  • Anonimo il 25/06/2009 20:37
    Aderisco al tuo invito a commentarti.
    Siccome mi risulta che tu abbia letto un unico mio racconto, devo farti qualche raccomandazione.
    Prima di proseguire nelle pubblicazioni leggiti un po' degli autori web più quotati, noterai tante cose che tu non fai o non hai.

    Il "taglio Web" è fondamentale: c'è tutta una letteratura in proposito. Se vuoi che il numero di visualizz. corrisponda almeno in parte alle letture effettive, rispettalo. Ben pochi leggono brani lunghi ed io stesso ho cliccato più volte i tuoi brani prima di trovare il tempo adeguato a leggerli. Dunque anch'io ti ho procurato un n. letture fasullo. Tutti i miei brani sono nel taglio web e potrai notare che la brevità non è a discapito della qualità.

    La grafica: mai presentare un unico blocco di cemento dov'è difficile infilare gli occhi (non tutti i lettori sono giovani nè hanno vista ottima). Spezza verticalmente, impara il segreto delle pause grafiche a sottolinare concetti, frasi, momenti. Leggi!

    Il mio parere (per quel che vale): scrittura corretta, chiara, sciolta, fluente. I periodi mai troppo lunghi, incisivi. I due argomenti trovati (horror e fantasy) non sono fra i miei favoriti per cui non darei un giudizio obbierttivo sul contenuto, tuttavia questo mi sembra più che buono. Lo stile... nota dolente (scusa), non affascina non prende più di tanto, ti affidi a quello che racconti: che sia interessante, piacevole. Non a come lo racconti. Non è vero che lo stile c'è o non c'è, s'impara leggendo molto gli autori più accattivanti e affascinanti. Chi possiede una buona vena ironica guadagna un 30% (non è opinione mia).

    Chi sono io: Mi hai chiesto il commento quasi al buio. Ho scritto racconti per una nota rivista internazionale (leggendo "La barca" e altri brani qui presenti noterai la fonte). Attualmente sono titolare di una rubrica di racconti su un giornale a diffus. nazionale. Non so dirti su quanti siti pubblico perchè i miei brani vengono esportati in vari siti e talvolta a mia insaputa.
    In bocca al lupo.
  • Anonimo il 17/06/2009 12:18
    Stupendo, veramente bello
  • Riccardo Calandra il 10/06/2009 23:54
    Grazie del commento. Appena avrò tempo leggerò anche qualcosa di tuo
  • Anonimo il 10/06/2009 23:50
    piaciuto letto tutto in un fiato... ben scritto

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