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Seven Queens; le sette Regine

Parte 1:
Nessuno mi credeva. Nessuno riusciva a prendere sul serio quello che dicevo. Nessuno provava ad ascoltarmi. “Tutti uguali, ottusi del cavolo” pensavo mentre i miei genitori adottivi se ne stavano sdraiati sul divano a guardare il Grande Fratello. Bastava accendere la televisione e via, chi li portava più sulla Terra. Se in tv ti dicono che domani devi vestirti con le mutande sopra i pantaloni, a tutti sembra un’idea magnifica. Bizzarra forse, ma allo stesso tempo geniale e innovativa. Ma se un’ adolescente prova a spiegare una cosa soprannaturale, nessuno le crede, anzi le da addosso dicendo che guarda troppa “tv spazzatura”.
“Puttanate” mi dicevo in mente e speravo in un domani migliore, anche se, giorno dopo giorno, il domani sembrava sempre più buio e oscuro, senza via di uscita. Volevo scappare, documentarmi, capire cosa era successo il 17 Aprile 1998, quando, in circostanze misteriose, i miei genitori furono assassinati. Dire assassinati è limitativo rispetto a ciò che i miei poveri cari dovettero subire. Quando gli agenti della polizia entrarono nella loro camera, in molti corsero in bagno, in cucina per rimettere la loro colazione. “Questa non è opera umana, non è possibile” ripeteva il povero commissario, visibilmente scosso da quell’ osceno teatro.
Il caso fu archiviato dopo due soli mesi e io venni allontanata da Torino, dai miei nonni, dalla mia casa e rinchiusa tra quattro grigie mura a Milano, affidata a due estranei che non riuscivo a guardare in faccia. Non ero trattata da persona, nemmeno da cameriera, oserei dire da serva. Mi fecero lasciare la scuola a 15 anni per farmi andare a lavorare mentre loro poltrivano a casa come due orsi in letargo. Li detestavo. Lei, grassa e foruncolosa, emanava una miscela di aglio e Tavernello che avrebbe potuto stendere anche una puzzola. Lui, ubriacone e rozzo, mi picchiava perché non portavo abbastanza soldi a casa.
A 17 anni, decisi che quella non era vita. Scappai di casa mentre erano a cena dai vicini. Presi tutti i soldi che avevo, all’incirca 3200 Euro, e mi diressi alla volta di Torino.
Mi ero tolta un grosso peso dalle spalle. Il viaggio in treno fu il più bel viaggio della mia vita. Arrivata a Porta Nuova verso le 8. 35, mi diressi al bar. Consumata la colazione, uscii dalla stazione e chiamai un taxi. Subito una multipla bianca mi si affiancò e salii.
Richiesi di andare in Via Somalia, la via dove abitava mia nonna materna. Non avevo idea se i miei nonnini vivessero ancora li, dato che dal 2000 i miei genitori adottivi mi proibirono di chiamarli, e io riuscii a informarli del divieto solo grazie ad una lettera, che magari non avevano mai ricevuto.
Arrivata a destinazione, riconobbi immediatamente il Condominio dei nonni. Cercai tra i cognomi nei campanelli e lo trovai. Minelli-Forestieri. Suonai. Pensai che dato che erano le 10:32 la nonna doveva essere al mercato di Piazza Bengasi, come faceva di solito, ma dato la brutta giornata autunnale era anche possibile che fosse rimasta a casa.
“Chi è? ” chiese una vocina sorpresa che mi risvegliò dal mio groviglio di pensieri.

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2 commenti:

  • Anonimo il 06/06/2011 18:02
    Lunghetto... ripasserò
  • Anonimo il 24/07/2009 17:35
    molto bello ben scritto... letto d'un fiato 5 stelle

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