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Quasi perfetto

on sapeva ormai da quanto tempo effettivamente si trovasse in quella stanza, nè aveva la più pallida idea di come vi fosse arrivato. Il suo ultimo ricordo del mondo esterno era la solita telefonata d'affari, quel tipo di telefonata intorno alla quale ormai girava circa il settanta per cento della sua vita. Il restante trenta per cento lo spendeva in riunioni e a dare e ricevere consulenze sul mondo dell'economia. Era diventato un perfetto businessman, ma qui, in questa stanza, la sua reputazione non sembrava contare più di tanto. Anzi, non contava affatto.
Era come crocefisso ad una parete, e indossava una specie di tuta nera molto aderente, di origine e materiale sconosciuti. In corrispondenza dei polsi entravano nella tuta due piccoli tubi, dai quali gli era stato già iniettato quattro o cinque volte uno strano liquido, anch'esso nero, probabilmente a scopo nutritivo. A giudicare dalla frequenza dei “pasti” dovevano già essere passati due giorni, ma l'uomo non aveva sentito il bisogno di dormire né di espletare i propri bisogni fisiologici. Evidentemente il liquido nero era responsabile anche di questi effetti.
L'unica distrazione, in quella stanza, era il cubo di fronte a lui. Si trovava esattamente alla stessa distanza da ogni parete, e fluttuava a mezz'aria. L'uomo si era accorto di essere in grado di farlo ruotare a piacimento, senza bisogno di muoversi (cosa che tra l'altro non avrebbe potuto fare), e la sensazione che aveva provato in quel momento, nonostante la sua forzata immobilità, era di potere assoluto.
I primi momenti erano stati di panico completo e totale. L'uomo aveva prima pensato a qualche rivale senza scrupoli, pronto a tutto pur di far sparire uno degli uomini più ricchi della città. Poi aveva pensato ad un serial killer. Aveva da poco visto un film che lo aveva impressionato moltissimo, su un serial killer a cui piaceva preparare trappole da cui fosse possibile fuggire solo tramite sacrifici e sofferenze inimmaginabili. Senonché, in quel film, il killer si palesava fin da quando la sua vittima recuperava i sensi, mentre nel suo caso nessuno si era fatto vedere. La solitudine acuiva il senso di terrore:l'ambiente freddo e sterile, la mancanza di qualsiasi presenza umana minacciavano di far crollare i suoi nervi ad ogni secondo che passava.
Con il passare del tempo si era calmato, e aveva cercato di trovare un via d'uscita razionale alla situazione assurda in cui era finito, ma era chiaro che chiunque l'avesse portato lì l'aveva fatto in modo che ci rimanesse.
Il cubo lo affascinava molto, però. Era perfettamente liscio, e sembrava più una proiezione tridimensionale che un vero e proprio oggetto solido, anche se non c'era modo di provare queste supposizioni, tra l'altro fini a sé stesse. Su ogni faccia del cubo era incisa una parola, con caratteri che però l'uomo non era in grado di riconoscere come appartenenti a nessuna lingua, e dotati di una luminescenza che, se era in grado di ferire gli occhi all'inizio, con l'abitudine mostrava una bellezza ipnotica, alla quale l'uomo non sapeva resistere. All'improvviso, una scritta rossa comparve davanti al suo campo visivo.
INZIO TEST - SOGGETTO A. S. N°913

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