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Rock Hard

Il Prof. si svegliò con la testa che girava leggermente, a pancia in giù.
All'inizio ebbe la sensazione di aleggiare in qualche luogo che non conosceva, ma che non gli dispiaceva.
Dopo alcuni attimi di smarrimento, rotolò su se stesso, mettendosi su un fianco. Si guardò e si accorse di avere ancora addosso gli abiti della notte prima.
Passandosi una mano sul viso, tentò di ricordare cos'era successo durante la notte e soprattutto tentò di scavare nella mente alla ricerca di un qualche ricordo su come aveva fatto a raggiungere casa sua, la sua camera, il suo letto... si sforzò, ma non ci riuscì: la cosa più difficile era capire cosa facesse parte dei suoi ricordi reali e cosa dei suoi sogni, e soprattutto temeva la parte che non riusciva a ricordare, scomparsa dalla sua mente come la luce in un black-out.
Dalla bruma purpurea nel suo cervello strisciò fuori un pensiero fastidioso.
Guardò la sveglia e si alzò di scatto dal letto: lunedì! Lavoro! Scuola! Autobus!
Scese in tutta fretta inciampando in qualcosa che non riuscì a mettere a fuoco, nel disperato tentativo di trovare la sedia della scrivania. Da seduto, impiegò tutte le forze per sfilarsi gli stivali che volarono lontano dai suoi problemi e atterrarono accanto all'armadio, dopo aver rimbalzato sul muro. Per i pantaloni fu più facile, anche se il jeans attillatissimo, che tanto gli piaceva perché in scena non lasciava dubbi su ciò che lo riempiva, in quel momento non collaborava attivamente. Riuscì finalmente nell'impresa e si diresse quindi verso il bagno.
Si tolse catenina ed anelli davanti allo specchio, si lavò la faccia senza nemmeno guardarsi, quindi passò a togliersi la maglietta.
Sollevò lo sguardo al suo riflesso: nella luce bianca e accecante dello specchio si accorse dell'alone viola di un morso all'altezza del cuore. Il suo unico, egoistico pensiero fu di sollievo: non si sarebbe di certo visto sotto camicia e giacca!
Controllò l'orologio: giusto il tempo di vestirsi, raccogliere la borsa e precipitarsi giù dalle scale a prendere l’auto.
Con le gambe ancora pesanti per l'alcol (... alcol? Non si ricordava ancora bene cosa fosse successo dopo che era sceso dal palco...) fece le scale, prese la macchina e sfrecciò pericolosamente veloce lungo la solita stradina di campagna.
Parcheggiò sommariamente e corse a perdifiato a prendere l'autobus che stava arrivando.
Finalmente seduto sul mezzo si passò sospirando la mano tra i capelli.
Fu allora che si rese conto che aveva ancora la cresta fissata con la lacca-glitter. E ancora il suo unico pensiero fu di sollievo: l'avrebbe pettinata discretamente nel bagno dei professori a scuola... sorrise tra sé, pensando che fortunatamente la matita nera si era già mezzo sciolta mentre si sfiniva a cantare per i suoi fans e la rimanente sbavatura nera e morbida, che gli aveva donato uno sguardo sensuale e molti caldi consensi, era stata languidamente cancellata, persa nei festeggiamenti del dopo concerto.

 

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6 commenti:

  • Dark Side il 16/07/2010 01:30
    bel racconto e gran bel tipo questo prof
  • nemo numan il 24/03/2010 08:17
    bellissimo... piciutissimo bravissima
  • Marysun... il 10/03/2010 13:32
    mi è piaciuto moltissimo!! ti porta con curiosità verso una fine divertente..
  • Marysun... il 10/03/2010 13:31
    mi è piaciuto moltissimo!! ti porta con curiosità verso una divertente fine.. d'ora in poi guarderò con occhi diversi i miei prof.. ihih
  • Alessio R. il 13/08/2009 23:55
    Il professore che tutti vorrebbero... un bel racconto.
  • Anonimo il 13/08/2009 00:23
    piaciuto... scritto bene

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