Si tratta di una manifestazione organizzata dagli alti vertici della Fiat per l’inaugurazione dell’Auditorium del Lingotto.
La famiglia più potente e famosa d’Italia è stata lo sponsor della riconversione della vecchia fabbrica. Trattasi in realtà di uno sponsor anomalo in quanto, per le opere eseguite, non ha versato un sol centesimo. Alcune male lingue, dicono che, addirittura, di milioni ne abbia incassati a bizzeffe, ma queste sono solo dicerie.
Per la cronaca siamo nel 1994 e la trasformazione del vecchio stabilimento è stato realizzato da Renzo Piano.
Il programma della manifestazione prevede che l’incontro avvenga all’interno dell’Auditorium, dove l’Avvocato per antonomasia illustrerà le finalità delle opere eseguite.
Seguirà un concerto di musica Sinfonica.
La serata si concluderà con un buffet offerto dall’organizzazione nel salone d’ingresso del teatro.
Gli inviti sono riservati al top management del mondo del lavoro piemontese più le solite personalità cittadine: Sindaco, vice sindaco, prefetto, questore, vescovo e pochi, …. scusate, tanti altri.
La domanda che, a questo punto, il lettore si pone è:
Ma tu Vittorio che c’entri in tale contesto? Mica sei un Top manager né un notabile? Quindi tutto quello che dirai è un sentito dire privo di importanza.
Niente di più falso perché io quella sera al party-concerto ci sono.
D’accordo che il biglietto d’invito mi è stato consegnato solo per una serie di cause fortuite; ricordo che il Presidente della mia azienda aveva rifiutato di partecipare per non essere stato incluso nella lista dei conferenzieri, il vicepresidente si era defilato dicendo che i “Vice” , in quanto tali, non sono mai graditi nelle manifestazioni importanti. Il Direttore Generale aveva addotto emergenze di lavoro che richiedevano la sua presenza, in realtà doveva gareggiare ai campionati Piemontesi di Golf. Questo fatidico biglietto è passato quindi per parecchi giorni di mano in mano fino a quando il mio capo diretto lo porge a me, con queste parole:
“Vittorio, non ti ho mai imposto niente ma, questa volta, ti do un incarico che non puoi rifiutare, ……… , spero, in futuro che tu possa perdonarmi”.
Sorride mentre pronuncia queste parole, penso subito che voglia adeguarsi al mio stile sempre basato, allora come adesso, sull’ironia.
Ho scoperto a mie spese che non era una battuta.
E siamo arrivata alla famosa serata. Il mio posto è nella quindicesima fila.
Mi guardo intorno, non conosco nessuno. Cerco di attaccare discorso col mio vicino di destra, questi si limita a scrutarmi ma non mi risponde. Mi rivolgo allora al mio vicino di sinistra e questi neppure mi guarda.
Non mi resta che leggere e rileggere l’ordine del giorno della manifestazione. Alla decima rilettura (quando sono sotto stress non sono molto intuitivo) la mia attenzione viene carpita dal programma del concerto, saranno trasmessi brani di Petrassi e Dalla Piccola. Io sono un appassionato di tutta la musica, classica compresa. Però il mio livello di gradimento spazia dal Barocco a Brahms. Da Mahler in poi ho delle lacune vistose di apprendimento e conseguentemente di gradimento.
La musica dodecafonica ( detta anche dodistomaco) mi ha solo sfiorato in gioventù ma, tanto incise sulla mia sensibilità, che mi estraniai dall’ascolto di ogni forma sonora per almeno un decennio.
Petrassi e Dalla Piccola appartengono a questa corrente artistica.
Dopo un’attesa che mi pare eterna si illumina il palco dove un oratore fa il solito discorso di prammatica e cioè ringrazia i presenti, spiega le finalità dell’incontro ed infine ci dice che le opere realizzate saranno descritte direttamente da Lui, il Presidente, l’Avvocato insomma, il vero ed unico Sovrano della nostra nazione.
La conferenza consiste in quaranta minuti di elogi sperticati ad un solo grande artefice di tutta l’opera, ovviamente a sé stesso medesimo. Applausi scroscianti ad ogni piccola pausa del discorso.
Ovviamente ovazione finale come se avessimo appena ascoltato il “Nessun dorma” di Pavarotti.
Finiti gli applausi sale sul palco l’oratore che aveva aperto la serata, annuncia l’inizio del concerto e presenta il primo brano.
Si tratta di “Invenzione Concertata” Sinfonia di Goffredo Petrassi.
Così ci spiega l’opera (cito solo un brano):
“... Capolavoro ambizioso che alterna costruzioni altamente razionali a scenari amorfi e sgretolati per poi diluire ulteriormente le spigolosità del minimalismo…………”
Tutto chiaro? Naturalmente no. Questa incomprensibilità è ciò che si è prefissato l’oratore, in tal modo è sicuro che nessuno intervenga con domande tendenziose a cui sarebbe difficile replicare.
Sale sul Podio il Maestro, inizia a gesticolare, penso sia una specie di ginnastica per scaldare i muscoli, gli orchestrali infatti non ne seguono i movimenti ma a loro volta si dedicano all’intonazione degli strumenti. Il soprano (unica voce dell’orchestra) si esercita nei gorgheggi. Dopo dieci minuti comincio a pensare che gli strumenti e le voci dovrebbero essere più che pronti al cimento, valutazione errata perché la tortura per le mie orecchie continua per altri lunghissimi, interminabili minuti.
Finalmente capisco, nessun solfeggio preparatorio, nessuna prova strumenti, davanti ai miei occhi ed alle mie orecchie l’orchestra sta eseguendo la sinfonia annunciata. Non posso non pensare al film “Vacanze Intelligenti” , in cui Alberto Sordi, fruttarolo romano è costretto dai figli intellettuali ad assistere con la moglie (fruttarola pure lei) ad un concerto di Schonberg, (non a caso capostipite dei dodecafonici).
Comunque come ogni cosa terrena anche questa tortura ha un inizio ed una fine per cui quando la claque inizia l’applauso (ovviamente nessuno dei presenti avrebbe capito quando sarebbe dovuto scattare il battimani), tutti la seguono. Noto che nessuno esagera comunque, il rischio che scatti il Bis spaventa tutti.
Recuperate le energie, più da parte del pubblico che dell’orchestra, l’oratore annuncia il secondo brano :
“ La Tartiniana” di Luigi Dalla Piccola. Cosa sia la Tartiniana ancor oggi mi è oscuro, ( su Wikipedia è definita come una sinfonia di Dalla Piccola, c’è da morire dal ridere) comunque la presentazione dell’opera è del tutto simile alla precedente per il fatto che il discorso resta sempre un mistero incomprensibile :
“……. il solfeggio ipnotico cresce in progressione per volute rarefatte e, attraverso una suspense soprannaturale si distende in sensazioni sempre più complesse per spegnersi in quiete celestiale screziata da un meccanismo ad orologeria……. ”
Dopo un’altra mezz’ora di indicibile sofferenza anche questa Sinfonia termina. Sempre per non incorrere nel rischio di doverci sorbire un Bis, gli applausi sono ancora più contenuti, circa trenta secondi ai termine dei quali il pubblico è già in piedi.
Quando l’oratore annuncia che il concerto è finito ed invita il pubblico ad avviarsi nell’anticamera del teatro per il rinfresco, all’interno dell’Auditorium siamo rimasti in non più di dieci uditori sfiniti.
Nell’attimo in cui esco dalla Sala si presenta ai miei occhi una scena apocalittica.
Sugli assalti ai buffet si sono scritti interi trattati, quindi è difficile essere originali e riuscire a stupire..
È noto a tutti come la caccia alla tartina faccia perdere dignità anche alle persone più nobili.
Quello a cui assisto oggi supera, vi assicuro, ogni possibile immaginazione.
Il tavolo è lunghissimo, almeno 100 metri. Ci saranno dai 30 ai 40 camerieri che sarebbero in grado di sfamare i terremotati di uno dei tanti sismi che devastano l’Italia, ma sono ben presto sopraffatti dall’orda di famelici lupi. Uomini e donne combattano alla pari senza esclusioni di colpi. I camerieri vengono circondati e allontanati dal loro posto di lavoro, per fortuna sono dei seri professionisti e, grazie alla grande esperienza maturata in anni di battaglie simili, riescono a recuperare il banco di distribuzione. Guidati dallo chef perforano lo schieramento nemico usando la tecnica della falange romana.
Dalla ressa emerge un poveraccio con la camicia aperta sul petto per aver perso i bottoni a causa dello schiacciamento della folla, egli mostra trionfante un piattino di plastica pieno di cibo, in realtà non si riesce a capire di che cosa si tratti perché il tutto è stato compattato dalla calca umana e i vari assaggini si sono ridotti ad una specie di purea multicolore.
Abiti sporchi di cibo, camicie strappate, chiome scarmigliate, scarpe e borse smarrite, signore inzuppate di spumante, altre piangenti, gente che sviene, che impreca, che bestemmia, dopobarba, profumi, deodoranti e sudore si mescolano formando una miscela mortale di gas nervino.
Naturalmente non mancano le liti:
“Mi scusi la tartina è mia, me l’ha strappata dalle mani”
“Ho impiegato un quarto d’ora per afferrarla ed adesso dovrei darla a lei? Ma mi faccia il piacere”
È entusiasmante scoprire la capacità di adattamento dell’uomo, i sopravvissuti alla ferocia delle aggressioni al banco del buffet si trovano con un piatto in una mano ed un bicchiere di spumantino nell’altra senza la possibilità di trovare un piano d’appoggio; i meno fantasiosi prima vuotano il bicchiere e poi si concentrano sul piattino, altri infilano il bicchiere nella tasca della giacca, le signore nelle scollature, (potete immaginare quali rischi comporti simile scelta) . Un invitato, per un colpo ricevuto, si ritrova lo spumante nel piattino, non si scoraggia e si mette a sorseggiare la miscela con una cannuccia sbucata non si sa da dove; dall’espressioni di compiacimento concludo che gradisca il tutto. Resta da dire delle posate, chi non ha l’accortezza di metterle in tasca sicuramente è destinato a perderle nella via del ritorno, non è in frequente vedere il ricorso all’uso delle mani, uno di questi vedendo la mia faccia sorpresa si è giustificando dicendo:
“Sono arabo, più propriamente berbero, esattamente come Zinadine Zidane, qualcosa da ridire? ”
“No, no, faccia pure, per me può usare anche i piedi”
Resta da dire di me, finora mi sono presentato come un vero signore che non si abbassa a questi livelli poco dignitosi. In realtà ho provato ad avvicinarmi al banco, una prima volta dopo 20 minuti dall’apertura del buffet, ma sono stato respinto violentemente, al secondo tentativo ho raggiunto il banco di distribuzione ma davanti a me il tavolo era già desolatamente vuoto. Mi sono lasciato sfuggire un’espressione nel mio dialetto preferito ( il ferrarese) :
“Maiàl, ach raza ad busgat!! ”
che tradotto, in maniera non letterale, significa :
“Accipicchia che persone vivaci partecipano a questo party”
Mi allontano affamato e deluso dal banco quando vengo raggiunto da un cameriere dal volto intelligente e leale che mi porge le posate ed un piatto pieno di ogni ben di dio, sussurrandomi:
“A sòn anca mì un fràres, stior chi iè propria di maiai, i duvrìa star int n’aldàmar”
che tradotto, sempre non letteralmente, significa:
“Sono ferrarese anch’io, capisco il suo disappunto ma le assicuro che sono tutte persone garbate ed educate”
Accomiatandosi per riprendere il suo posto al banco mi dice:
“Quando ha finito venga da me che le do un bicchiere di Dom Perignon, mica quel frizzantino acido che abbiamo distribuito finora”
È stata una prova dura ma tutto sommato sono ancora vivo.
A casa ho comunque cenato.
Il giorno dopo mando a fanculo il mio capo, lui sorride pensando che mi stia esprimendo in maniera ironica , invece sono serio, molto serio.