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Dippy

Dippy l’avevo incontrata una mattina che ero andato a prendere un caffè al bar sulla tangenziale. Ricordo due ragazze dietro al bancone, con una divisa estremamente sensuale che si capiva facilmente essere studiata appositamente con lo scopo di attirare clientela maschile, minigonna super corta e calze rete, col nome scritto in una etichetta attaccata alla divisa, Moira e Dippy. Entrambe carine, Moira bionda sopra i trenta, con dei boccoli biondi che le sfioravano le spalle, Dippy mora, molto giovane, con fattezze lievemente orientali, fisico molto proporzionato, belle gambe e culetto tondo. Attrasse la mia attenzione. Inizialmente la credevo italiana, magari ben abbronzata, sì perché il colore della carnagione faceva pensare soltanto ad una bellissima abbronzatura. Quando ebbi finito il caffè le chiesi scherzosamente se Dippy fosse un soprannome, ma lei mi rispose seria che era il suo vero nome e che lei non era italiana, ma bensì che era nata in India. E chi l’avrebbe mai detto un’indiana così sensuale, non l’immaginavo proprio.

Uscii dal bar col desiderio di rivederla e di farne conoscenza. Tornai altre volte, ma era difficile attaccare bottone e finalizzare l’approccio; il locale era sempre affollato di avventori e lei restava molto sulle sue. Era del resto comprensibile. Ma intanto mi attraeva sempre di più.

Quella sera eravamo andati al disco pub con Mik. Lui aveva con se della marijuana che ci facemmo nel parcheggio. Soltanto pochi minuti dovettero trascorrere perché sentissi la testa e gli arti informicolirsi. Ci eravamo detti poche parole fino ad allora. “Third Uncle” dei Bauhaus ci aveva accompagnati durante la fumata e ci aveva decisamente caricati per iniziare una nottata delle nostre. Lo guardai dritto negli occhi. Erano dolci e languidi come quelli di un cane bastonato. Erano teneri. Li adoravo. Mik capì il mio sguardo, avvicinò il suo viso al mio e le nostre labbra si unirono mentre le lingue si cercavano. Un breve ma intenso bacio. La sua bocca sapeva di fumo e di birra, non male.
Ci dirigemmo, senza dirsi una parola verso l’ingresso dove già si affollava un nugolo di persone insignificanti.
Mik indossava il solito giubbetto di jeans, che ormai gli avevo visto centinaia di volte, dei jeans sdruciti e il solito sguardo stralunato, ma simpatico e accattivante, che incuriosiva le ragazze. Io non ero male: maglione di cotone arrotolato in vita, polo Nike blu, vecchi jeans e scarpe da ginnastica Adidas anch’esse blu. Entrammo guardando in cagnesco il buttafuori di turno. Odiavamo quella razza di persone che si piazzano lì, davanti all’ingresso e ti scrutano da capo a piedi per intuire se sei degno di entrare nel locale che loro, in qualche modo, si sentono in dovere di controllare, nonché per cercare di capire se sarai il tipo che nel corso della serata potrà piantargli delle grane. Di solito ti scrutano in maniera minacciosa per intimidirti e per mettere in chiaro chi è il più forte. A noi piaceva anticipare la loro mossa.

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