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Duleia

Decise che quel sapore acre che gli riempiva la bocca non lo soddisfaceva più. La luce si inarcava progressivamente, lasciandolo sempre più solo e dimenticato. Nonostante la presenza di altre persone attorno a lui, Samuel non riconosceva altro vivente che non fosse lui. Le luci del giorno morente riempivano di ricordi la mente, mentre i neon insistenti ferivano le pupille e trasmettevano al cervello vibrazioni sgradite. Se ne stava così, accoccolato, racchiuso in sé come un animale ferito che attende la sua rovina. Ed era proprio così. Controvoglia, a malincuore, Samuel stava morendo. Era come se tutte le voci che lo circondavano, insistenti e urlate, gli ripetessero una sola, unica frase: "Stai per morire, manca solo qualche ora..."
Non ricordava precisamente come avesse fatto ingresso in quel luogo asettico e bianco, forse non voleva ricordare semplicemente. Di fianco a lui una lunga lista di grigie parvenze umane, in attesa dell'indefinito. In fondo una lunga striscia nera che separava due ante bianche quasi invisibili. Oltre, solo l'oblio. No, forse si sbagliava, quelle persone non erano come lui. Le distingueva un'impassibile rassegnazione al destino, mentre lui ancora si dibatteva come una mosca in barattolo. Samuel era ancora vivo, anche se le sue cellule si stavano disintegrando a ritmo rapidissimo. Il suo cuore batteva più lento ogni ora, ma la rabbia lo accoglieva materna e gli consentiva di respirare un po' meglio, con meno fatica.
Chi si scopriva malato terminale doveva soccombere, a Duleia il corpo era il tempio dell'anima, nulla poteva offuscare la sua limpidezza. Chi si macchiava di questo crimine era gentilmente invitato a recarsi dove si trovava ora Samuel. Quello che accadeva poi era scontato, ma nascosto come un tabù ancestrale. Poche ore separavano i morti viventi dalla loro fine, nessuno poteva raccontare cosa sarebbe accaduto. I più trascorrevano i giorni antecedenti con angoscia, dimenticando di assaporare il gusto delicato della vita. Lui non si era scordato affatto di sfruttare la sua ultima occasione.
La giacca sporca pendeva a lato della sedia con noncuranza, come uno straccio logoro. La cucitura si era strappata e lui sapeva bene come. Era stata una frazione d'attimo, il barlume della lama rossastra, una mano tesa poi ricaduta. E ancora adesso sentiva quel caldo tepore salirgli dal cuore e irrorare piacevolmente le sue stanche membra. La porta si aprì e assorbì un'altra creatura, senza lamento alcuno. La fila si assottigliava sempre più. Due gentili signorine in uniforme bianca lo invitarono a scalare di posto. In quell'incubo impersonale tutto era monocromo, anche il volto degli androidi che li assistevano. D'un tratto, una macchia di vita rossa e pulsante investì violentemente i suoi sensi, in fondo al corridoio era lei, comparsa come monito. Il vestito ancora sporco, le spalle morbide bagnate da capelli fluenti e quel sorriso interrogativo. Gli tendeva la mano, gli prometteva nuovamente il piacere, sussurrava parole di conforto, poteva sentirlo da dov'era. Samuel ricordò allora. Era stato un tremito, come un batter d'ali, l'aveva punita finalmente per tutto. Si era pentito? No, lei ora l'aspettava come una promessa, come un'ancella o una vestale, votata per sempre al loro amore.
Samuel si alzò improvvisamente. Pochi volti torbidi si girarono impercettibilmente e la luce rossa iniziò a lampeggiare. Potè sentire solo lo scalpiccio frustrato degli androidi, nessun altro rumore. Il suo volto era protratto verso di lei, una lunga spirale si allungava verso la donna, quasi un cordone ombelicale che lo riportava indietro, all'infanzia, alla nascita e infine al concepimento. L'uomo si protese verso la mano femminile che lo invitava e afferrandola si accorse che la fessura buia si stava allargando sempre più. Un vortice lo risucchiò repentino mentre il calore della vita lo abbandonava progressivamente.
La mattina dello stesso giorno il computer che soprassedeva alle procedure per la pubblica sanità emise una rettifica sulle esecuzioni del giorno. Solo un nome, e accanto la motivazione "Errata diagnosi clinica, il paziente è salvabile."

 

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3 commenti:

  • Tim Adrian Reed il 05/02/2010 12:29
    Terribilmente bello. Terribile e bellissimo... e nella mia percezione della realtà (del tutto soggettiva, sia chiaro), non ci trovo poi molto di fantascientifico. Credo che sia tutto molto simile alla realtà. Triste realtà che accompagnerà molti di noi, presto o tardi, e di cui si può avere un anticipo se, per qualunque ragione, vi capitasse mai di finire in ospedale anche solo per un paio di giorni... il bianco asettico di morte, l'interminabile numero di morti viventi, ognuno dei quali in totale solitudine con se stesso. Un luogo popolato solo da morti viventi e da viventi morti così simili ad automi.
  • Ethel Vicard il 11/11/2009 15:22
    Complimenti! Davvero un bel racconto, descrizioni che rendono perfettamente l'idea dell'isolamento e della solitudine quando si è attorniati da altre persone "vuote". Un'interpretazione stupenda del nostro mondo che chiude gli occhi di fronte a ciò che non vuole vedere e delle macchine che fanno il "lavoro sporco" per noi, rincuorante ( o angosciante) il fatto che anche i computer possano sbagliare..
  • Minalouche TS Elliot il 05/11/2009 17:14
    Mi è piaciuta, la trovo ben scritta, scorrevole, un racconto fantascientifico. Però lascia l'amaro in bocca perché in alcuni punti non è molto chiara su il perché il protagonista sia li, è solo accennato, come è accennata, credo volutamente, la fila che scala di un posto.. credo meritasse un po' più di spazio perché sembra una "catena di montaggio" di morte, scatta il fermo e si fa avanti un altra persona, un concetto terribile ma anche attuale, visto quello che accade nel mondo. Ad ogni modo complimenti davvero

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