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La stanza bianca

Cosa mi ha spinto qui, in questa stanza vuota, priva di colori suoni e odori? Cosa lega ancora il mio corpo a questa dimensione? Mi siedo, ho bisogno di un po' di riposo. Mi sento stanchissimo, è come se avessi attraversato a piedi l'intera città, eppure ho solo percorso un corridoio. Su una parete c'è una pallida tenda che copre con la sua delicatezza il grigio del mondo là fuori. Dalle sue trasparenze ne intravedo forme e dimensioni, ma è come se una nebbia insistente mi celasse agli occhi la giusta prospettiva. Le mie mani vagano incerte sul corpo, irrequiete si tendono alla ricerca di qualcosa che hanno perduto, ma che non riconoscono più. Tutto è stato portato via qui. È strano come una stanza possa animarsi di vita solo grazie agli oggetti che la abitano, come se questi fossero prolungamenti dei nostri pensieri, filamenti invisibili che ci identificano. Ecco perché ora questo luogo è solo pareti e bianco. E io chi sono? Una presenza estranea che non riesce a scalfire l'asetticità di questi muri, il freddo che mi irrigidisce non è il gelo dell'inverno là fuori. Anche la luce aggredisce i miei sensi, non è più quel colore ambrato pieno delle sue risate, non è più quella molecola viva che mi nutriva di nuove speranze. Mi alzo e cerco di riprendere confidenza con lo spazio che mi circonda. Inutilmente. Allora provo a scostare la tenda e dimenticare per un po' quel dolore sordo che mi percuote a ogni passo. L'albero, le finestre, le bici parcheggiate alla rinfusa, tutto è sterile imitazione. Forse un morbo notturno ha attraversato questi edifici e, sorpresi nel sonno, ci ha privato della nostra vita? Le parole di tutti scivolano indifferenti sul mio volto, non sento neppure solletico, fastidio, prurito. Anche le peggiori offese non costituiscono stimolo per reagire. Ieri mi sono scoperto fissare con insistenza la maglia di lana consumata di una mia collega, mi ricordava tanto la sua sciarpa rossa, tutta logora, non sapeva separarsene.
Torno a sedermi, lo sforzo è stato insopportabile. Il cuore batte forte, come dopo una corsa. Mi farebbe bene iniziare uno sport, trovare uno svago, impegnare la mente. E tra questi pensieri mi trovo improvvisamente piegato, la testa tra le ginocchia, una terribile voglia di piangere ma nessuna lacrima da versare. Ci ho provato tante volte a piangere, ma non ci sono mai riuscito. È come se qualcosa o qualcuno facesse in modo che la mia sofferenza resti saldamente ancorata alle mie carni, unita a me indissolubilmente. Dovrò imparare a convivere con questa nuova paternità e affezionarmici, come un padre con il figlio neonato. Allevarlo con cura e non fargli mai mancare nulla, renderlo parte di me ed evitare che nella sua adolescenza futura si trasformi in un mostro rancoroso. Eppure quest'idea mi spaventa. Il mio dolore non deve passare in secondo piano, scemare lentamente, divenire compagno quotidiano degli anni a venire. Questo significherebbe accettare la morte e io non posso. Non posso e non voglio perché la morte in sé non è accettabile. Ci hanno messo secoli a convincerci che il nostro corpo umano è mortale ma che la salvezza eterna ci aspetta dopo quell'attimo di buio e dolore. Ora tra noi se tu quello che può insegnarmi qualcosa. Questa nuova condizione di ignoranza mi getta nello sconforto, anche perché il mio unico maestro non può parlarmi e rendermi partecipe. Che senso ha allora raggiungere questo traguardo, se non si può condividerlo? Perché mi hai lasciato con questo interrogativo inutile? Affondo la testa nel cuscino, fortunatamente il suo odore non c'è più, Amalia deve avere mandato tutto in tintoria. Che strano, lei sembra accettare in modo differente questa separazione forzata. Non cerca il dialogo come me, ma si muove leggera sui nostri silenzi imbarazzanti, nelle telefonate rituali riesce perfino a sorridere. Vorrei avere la sua forza, mi basterebbe apparire sereno e macerarmi nel segreto delle mie stanze. Ma io non sono Amalia, non sono mia madre e neppure tutte le persone che mi circondano. Io, dilaniato dalla mia totale inadeguatezza, resisto. Fin tanto che questa stanza bianca esisterà io ricorderò tutto, fino nei minimi particolari, con il gusto ferroso della rinuncia, con la consapevolezza di un giorno in più, di un giorno in meno.

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2 commenti:

  • isabella zangrando il 12/11/2009 11:59
    grazie delle osservazioni, purtoppo non è facile separarsi dalla ricerca di una certa descrizione precisa, l'uso degli aggettivi è spesso dettato dalla volontà di trasporre su "carta" la visione, spesso difficilmente catturabile. Poi un andamento troppo "dimesso" come dici tu può anche non rispecchiare interamente la mia vocazione, anche se magari risulterà più facile e diretto al lettore. Certamente devo ancora lavorare sulla lingua, sto infatti sperimentando, lo stile si affina provando e di tempo spero di averne ancora un po'!
  • bute 76 il 12/11/2009 11:46
    A mio avviso dovresti lavorare ancora sulla lingua: l'italiano è maledetto! Le difformità nel tono linguistico si leggono immediatamente e, nel caso di questo racconto, se ne avvertono almeno due: accosti un registro più intimo e sentito ad unaltro che vorresti più metafisico ed evocativo. Le immagini, quando riescono convincenti sono intense e molto personali, ma secondo me dovresti scegliere tra i due registri, e - sempre secondo me - faresti bene a scegliere il tono più intimo e dimesso che credo si addica maggiormente alla tua scrittura ed alla situazione che stai tentando di descrivere. E poi, anche tu fossi un professore universitario, il lettore si infastidisce quando sente un italiano così forbito, chiunque sia lo scrittore. Il lettore non ha alcun rispetto.
    Ti faccio poi un esempio: il nostro corpo "umano". Ci sono passaggi in cui si avverte una tendenza alla ridondanza nell'aggettivazione, e questo è uno dei difetti più difficili da sradicare in noi prolifici verbosi generosi dilettanti.
    L'apicoltore.

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