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Come tutto cambia (e non sempre in meglio)

Stavo andando a far visita ai miei genitori, un palazzo del centro, tanti appartamenti, tante facce, alcune di queste legate a ricordi della mia infanzia, altre nuove, mai viste. Con qualcuno ci si rincontra ogni tanto lungo le scale, di corsa, e ci si scambia frasi come "Da quanto tempo che non ci si vede", versione educata della più reale e sincera "Guarda qui come stiamo invecchiando".
Usciti dall'ascensore, proprio davanti alla porta di casa, sento un suono, un suono ciclico, una specie di trillo, cupo ma comunque distinguibile; la prima idea va subito al cellulare, anche se non coincideva con quella del mio. Comincia così quel caratteristico guardarsi intorno per cercare di capire dalla borsetta o giacca di chi potesse provenire quel suono; mio figlio invece, meno coinvolto nell'uso dei cellulari, pensa subito che possa trattarsi di una console, uno dei tanti passatempi elettronici che i nostri figli sono soliti portare con se, come noi d'altra parte facciamo con i nostri cellulari multifunzione.
La cosa finisce li, entriamo in casa, salutiamo, ci sediamo. E solo dopo qualche altro minuto faccio caso che quel suono continua, invade educatamente i pochi silenzi nella stanza, ma non aveva più quella ripetitività iniziale, ora intonava note più melodiose, delle armonie; e solo a quel punto, dall'interrompere e poi ricominciare più di una volta la melodia, mi rendo conto che non era ne una squallida suoneria di cellulare ne tantomeno una musichetta di chissà quale giochino: era un flauto. Era il ragazzo del piano di sopra che si produceva in prove, scale, musiche, di cui solo in quel momento riuscivo a percepirne la qualità e la bellezza. Era un suono che esisteva già anni e anni prima dell'esistenza di scatolette digitali, era un suono puro, un suono vero, un suono che purtroppo ormai non siamo più abituati a sentire dal vivo, che al massimo abbiamo la fortuna di sentire con un paio di cuffiette mentre facciamo jogging, un suono che forse purtroppo tante persone, le nuove generazioni, i nostri figli, non hanno mai sentito, non sanno riconoscere. E noi stessi che dovremmo essere loro maestri di vita, stentiamo a riconoscerlo perché sempre di corsa, imbastarditi, confusi e invasi da troppa tecnologia, con la sua portatilità, la sua efficacia, ma soprattutto e purtroppo la sua inevitabile freddezza.

 

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2 commenti:

  • ale ale il 19/11/2009 10:07
    bel racconto. sei riuscito a raccontare la storia con così tanta realtà e precisione nei particolari che in alcuni momenti mi sono vista lì, in mezzo alle scale, dentro al salotto, a sentire il suono del flauto e a pormi le stesse domande che ti sei posto tu nel racconto.
  • sara zucchetti il 18/11/2009 21:39
    Bel racconto con interessanti riflessioni. Molto scorrevole e fin dal inizio ha preso la mia curiosità, ricordandomi quando da piccola a scuola lo studiavo (anche se non era proprio un flauto) è vero ascoltare la musica di uno strumento dal vero non è come quelle melodie che ascoltiamo sempre dal cellulare!