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Sara viene lasciata almeno una volta alla settimana

Abramo se ne andava sulla strada in salita, verso "l'antro chiacchierone". L'antro chiacchierone non è che un'osteria, un tugurio un obbrobrioso, una scoreggia di paradiso che puzza si, ma puzza di paradiso, dice Abramo.
In realtà puzza e basta e il paradiso, Abramo, se lo deve bere tutto nel bicchiere. D'altronde, dice lui, se dovessi legarmi il cilicio sulla coscia, togliermi la carne, che tanto hanno già fatto e la carne me l'ha tolta la pensione, sarebbe molto più duro di così guadagnarmi il paradiso. Non trovi?
Abramo, per come la vedo io, ha praticamente sempre ragione, basta riuscire a ricostruire quello che cazzo dice, in mezzo ai denti gialli e alle labbra scoordinate dall'alcool, alla lingua che si contorce e contrae dentro quell'inferno di bocca.
Intanto arriva Sara, che guarda Abramo di storto, storce il naso e poi la testa, a dirmi che è il caso che la raggiunga fuori davanti ad una soave sigaretta soffiante. Non che Sara sia una fighettina puzzettosa, cittadina e sciacquapapere, ma il fatto è che Abramo è proprio un tipo che non sta ne in cielo ne in terra: forse anche per ciò non teme ne inferno ne paradiso.
Quando li vedi insieme, Sara e Abramo, all'antro chiacchierone, ti viene da ridere a pensare che se li metti insieme due esseri così, che non hanno nulla a che fare uno con l'altro, generano altra carne che tende a putrescire, ma anche a pensare ed esprimere filosofie complesse sul senso delle posate per dolce. Comunque Sara tira fuori le sue cicche, aduse ad essere fumate anche se, a detta loro, non ci avevano ancora provato, e me ne allunga una. Io l'accendo e sbuca quasi da sotto una scarpa l'orrido folletto fascista, gobbo e aeriforme che tendendo il braccio chiede sigaretta da fumare. Me ne frego, rispondo io, soprattutto le mani in quanto si produce un certo freddo nella fabbrica di inverno tenebroso, dai, insiste lui, smesso, sfrego io, di fumare, tende lui, di comprarle, chioso. La logica inebriante del discorso gli ammoscia il saluto e la richiesta e si avvicina ad Abramo per interrogare l'oracolo e tentare l'interpretazione di una risposta dai versi suoi, interpretazione che di sicuro riguarderà la superiorità di ciò a cui si appartiene rispetto al resto del mondo, o almeno al resto che con cinque soldi torna indietro comprando un litro di bevanda del frate.
Sara è innamorata, e lo sarà per tutta la vita. Di chi questa settimana, gli chiedo io soffiando astioso fumo contro il cielo. Di Romualdo, dice lei, è chiaro, dice ancora. Chiaro un par di balle cara Sara, chiaro sarebbe a chiamarti Chiara, ma il futuro, che il tuo nome esprime, è per forza presagio di oscurità e incertezza, affascinante d'affrontare ma a predirla, nemmeno Abramo e la sua sfera etilica possono molto.
Non è comunque Romualdo quello che s'appresta, chiede il fumo della sigaretta che soffio dalle nari. Sara, dice lui, non t'amo più, e allunga il passo tra le volute del mio fumo che lo inseguono furiose.
Sara s'accascia e scompare come se non fosse mai stata altro che asfalto di strada, Abramo recita l'apocalisse del suo collega Giovanni, e piange per l'irrispettosa morte della bellezza, mentre di rabbia il piscio gli riempie i pantaloni. Il folletto fascista si allontana incomprendendo e incompreso.
Butto la fumosa ormai finita e ne accendo un'altra. Spatolo via Sara la bella dall'asfalto e la ripongo sul bancone. Con Abramo penso a rianimarla mescendo intrugli fatti di fumo di sigaretta, arsa viva per la verità e a bellezza, lacrime e piscio del profeta, etere. Prima che il gallo canti tre volte, se lo trovo, gli tiro il collo. Ma Sara sarà di nuovo in piedi, lo giuro davanti alla mia scarsa fede in dio.

 

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2 commenti:

  • Anonimo il 02/06/2011 18:27
    Difficile
  • Ivan Bui il 26/11/2009 22:22
    Quando ti ci metti... , commentare un racconto così é più difficile che scriverlo. Tornerò a rileggerlo.

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