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Percezione del vuoto

Il giovane ale, giovane diciottenne passeggiava lungo la spiaggia di Follonica in una giornata di giugno. Era dai suoi nonni materni che da tempo immemorabile affittavano una casetta sulla spiaggia, sempre nel mese di giugno. Per tutto il mese. Dai tempi della guerra, mio nonno era diventato capostazione e il benessere economico derivante, anche in contrasto con la povertà subita negli anni bui dell'invasione, li faceva sentire un po'... direi benestanti, a tal punto da permettersi un intero mese di ferie al mare. E il giovane Ale, animo inquieto, pensieri veloci, rapidi come saette che non riusciva mai a fermare come avrebbe voluto, passeggiava sulla battigia con i piedi che a tratti si bagnavano con l'acqua del mare.
Vagabondare della mente ispirata dalla visione del mare, del sole e del cielo azzurro.

Pensieri vischiosi come l'aria salmastra del mare. Senso d'immensità. Universo. Mi sento diverso dagli altri, o almeno da ciò che gli altri esternano. Ognuno nasconde il proprio volto dietro molteplici maschere. Riuscissi ad essere me stesso almeno per pochi momenti. Impossibile. Contrasto interiore tra ciò che sono e ciò che vorrei essere e ciò che dovrei rappresentare.
La vera natura delle cose attraverso i miei occhi dritto al mio cervello. Sensibilità percettiva. Delle cose del cielo e dell'inferno. "Ineluttabile modalità del visibile: almeno questo se non altro, il pensiero attraverso i miei occhi. Sono qui per vedere le segnature di tutte le cose..." Attento Ale questo è Stephen Dedalus!

I piedi bagnati si appoggiavano sulla sabbia morbida, dolce massaggio per i piedi, a volte gusci di conchiglie scricchiolavano al loro passaggio. Verdemare azzurro cielo. Pelle leggermente abbronzata. Si sentiva bello. Giovane. Forte. Malinconico. Superbo. I pensieri fluttuavano nella sua testa e si rompevano in mille pezzi, come le onde che si infrangevano sulla barriere di scogli erette a un centinaio di metri dalla riva, per poi riformarsi ancora. I suoi pensieri erano soli, soli come lui, rispetto alla realtà che lo circondava. Si sentiva estraneo. Dissociato.


Ad un tratto trovò un ostacolo sulla battigia, era la barca di Oris, il pescatore, nostro amico. Mi piaceva la sua barca. Un po' vecchiotta, tutta in legno e colorata. Le tonalità cromatiche la facevano sembrare un'opera di Matisse. Almeno a me. Era appena rientrato dal mare, mi avvicinai e sentii un intenso odore di mare e di pesce. Io lo salutai. Anche lui accennò una risposta. Non era solo, il solito capannello di gente si era radunato attorno alla barca a vedere il pescato. E lui raccontava...
Una donna, appoggiata con la mano sulla barca gli disse: bella giornata oggi eh, Oris, speriamo che il tempo si mantenga così ancora qualche giorno eh? Magari domani sera facciamo una grigliata di pesce sulla spiaggia."
Oris rispose, guardandola felice: "questo mese è iniziato proprio bene" e dopo un attimo di pausa, "Si, una bella grigliata la facciamo una sera di queste."
Angoscia riempì il giovane Ale all'ascolto di questa frase. Nella sua semplice semplicità non ne trovò il significato. Perso. Quasi completamente. Occorreva ritrovarlo? Si guardò intorno, le figure gli sembrarono estranee ed incomprensibili le loro parole. Mare verde... cielo azzurro... sole sole sole sole. Perso anche il significato delle parole. O delle cose. Della realtà circostante.

Un senso di alienazione mi pervase. Alienazione nel senso io alienato ad un sistema che stavo smettendo di comprendere e quindi di appartenervi. Quella frase così banale, detta con quella naturalezza, mi riempì d'angoscia. Non la compresi, nella sua semplicità.
Discorsi comuni di gente comune, frasi semplici, di cui però non trovavo più il loro significato. Destabilizzante. Il mio rapporto con la realtà.

 

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