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Acherontia atropos (prima parte)

Avevo lavorato duro per tutta la giornata, ma almeno avevo terminato l'aratura. Il mattino era stato soleggiato, ma fin dal primo pomeriggio nuvole scure venivano riempiendo il cielo da ovest. Verso sera, mentre stavo liberando i buoi dal giogo, già si intravedevano i chiarori di lampi oltre le colline e si udiva il sommesso brontolio del tuono. Mi affrettai verso la fattoria. Accuditi gli animali, mi ritirai finalmente in casa. Avevo tutti i muscoli indolenziti, specie quelli delle braccia. Sono giovane e abituato a lavorare la campagna, ma guidare i buoi per un giorno intero non è faccenda da poco. In cucina mi aspettava un avanzo di minestrone da riscaldare. Da quando sono solo cucino sempre per due o tre giorni, così per un po' non ci devo pensare. Accesi la stufa e vi misi su la pignatta, presi dalla piattaia la scodella e un cucchiaio, prelevai anche un pezzo di pane dalla madia e disposi tutto sul tavolo per la cena. Stava facendosi sempre più buio: accesi la lampada sopra il tavolo. Volevo leggere un poco prima di mangiare, mentre la minestra si scaldava. Dallo scaffale presi la Bibbia del nonno. Era l'unico libro che possedevo; ma il nonno diceva che quello era il libro dei libri: bastava per conoscere tutto ciò che c'è da sapere. Lo posai aperto sul tavolo. In quel momento preciso si scatenò il temporale. Scrosci di pioggia e turbini di vento investirono la fattoria. Io non avevo alcun timore. La casa era solida, era lì da più di cent'anni e i miei vecchi sapevano come costruirle, le case. In mezzo al frastuono del temporale sentivo però il rumore di una finestra che sbatteva. Mi ricordai di aver lasciato socchiusa quella della mia camera, al mattino, per dare aria. Salii di corsa le scale. Non volevo che la tormenta scardinasse l'infisso. Mentre richiudevo le imposte, lottando contro il vento fortissimo, distinsi tra i molti rumori consueti del temporale un sibilo lamentoso, che sembrava seguitare ancora all'interno della stanza, dopo che ebbi sbarrata la finestra. Lì per lì non ci feci caso e ridiscesi in cucina. Oramai la minestra doveva essersi scaldata e la pancia vuota reclamava il suo. Tolsi la pignatta dal fuoco poi, mentre la travasavo nella scodella, vidi quella cosa.
Sulla tavola, sotto la lampada, dove avevo lasciato la Bibbia aperta a caso, nel bel mezzo delle pagine c'era un grosso insetto scuro e peloso, ancora scosso dai fremiti dell'agonia. Le sue ali bruciacchiate erano semidistese e si muovevano sempre più debolmente. Mi chinai per vedere meglio e infine riconobbi l'orrendo sigillo sul dorso della sfinge testa di morto. Feci un balzo indietro e rimasi fermo lì, impietrito, incapace di pensare. Sentivo il battito del cuore che, accelerato, mi rintronava nella testa, solo quello. Poi mi ripresi un poco. Non dovevo lasciarmi vincere dalla paura. Decisi di ignorare quella presenza inquietante. Mi sedetti davanti alla ciotola e mangiai la mia cena. Nonostante la fame, masticavo svogliatamente, senza neppure sentire il sapore del cibo. Ma dovevo nutrirmi, continuare a vivere come se nulla fosse accaduto. Alla fine decisi di bermi un sorso di acquavite. Non sono un bevitore abituale, forse è per questo che il liquore mi fece subito effetto. Mi tornò il coraggio e mi avvicinai a rivedere l'insetto. Non si muoveva più, era decisamente morto. Ma non lo toccai, anzi, tenevo le braccia dietro la schiena. Non so perché, ma pensavo che evitando il contatto non mi avrebbe potuto far del male. Senza parere notai che la Bibbia era aperta al libro di Tobia. Trasalii. Era il racconto della Bibbia che preferivo, forse perché anch'io mi chiamo Tobia, pure se tutti mi chiamano Toby. Quando ancora non sapevo leggere insistevo con il nonno perché me lo leggesse lui. Il nonno brontolava un po', anche perché aveva gli occhi ammalati che gli dolevano, ma poi mi accontentava. Mi aveva tirato su lui, da quando, avevo allora cinque anni, i miei genitori erano morti. Eravamo insieme il giorno in cui vidi un grande insetto morto sul davanzale della camera dei miei. "Che cos'è, nonno? Come è grosso!" Il nonno si avvicinò, lo prese con le dita di una mano mentre con l'altra aprì la finestra e lo gettò fuori, senza dire una parola. Ricordo bene il suo volto, anche se sono passati quasi vent'anni. Aveva gli occhi socchiusi e stringeva i denti, le mascelle serrate come chi si accinge ad uno sforzo sovrumano. Mi fissò, poi mi accarezzò la testa con la sua mano lunga e ossuta. "Una grossa falena, una specie di farfalla. È morta." Eravamo saliti in quella camera per prendere i vestiti della festa dei miei genitori. Li avevano trovati impigliati tra le radici di un grosso albero, sulle rive del fiume, cinque miglia a valle della fattoria. I corpi erano stati portati in paese, in attesa della sepoltura. Ci dissero che avevano faticato a separarli, tanto erano avvinghiati l'un l'altro. La sera prima, sotto un violento temporale, la cavalla era rientrata sola, trascinandosi appresso il calesse vuoto. Il nonno era corso dai vicini, una donna era venuta a tenermi compagnia. Lui era andato con gli altri a cercare nel buio. La storia della sfinge testa di morto me la raccontò dopo qualche anno, ma di malavoglia e solo perché io insistevo. "Porta male soltanto a parlarne" , diceva, strascicando le parole. Era l'anno in cui mi lasciò solo. Con il tempo buono passava le giornate seduto su di una sedia, fuori, sotto la tettoia. Voleva sempre una coperta sulle gambe, ma non per il freddo. Così poteva nasconderci sotto le mani, che erano diventate degli artigli adunchi. Anche il corpo si era curvato e rattrappito, ma erano le mani che facevano più impressione. Era divenuto del tutto cieco ed ero io ora che gli leggevo la Bibbia. Fu in una delle ultime sere di agosto che mi raccontò della sfinge. Morì ai primi di settembre.

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