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La gita al mare

Prologo



Al tempo in cui si svolgono i fatti appresso narrati, una periferia romana dei primi anni cinquanta del secolo scorso, la popolazione di sesso maschile, dimorante nella città eterna, indossava due tipologie di pantaloni, corti, da bambino, fino alla pubertà e poi, lunghi da grande, fino alla tomba. C'era, ancora, un terzo tipo di pantalone, detto alla zuava, che veniva indossato dagli adulti in occasioni particolari, prevalentemente sportive, e dai ragazzi non più bambini ma non ancora abbastanza grandi, come una sorta di intermezzo tra quelli corti e quelli lunghi. Questi pantaloni, furono, proprio in quegli anni, soppiantati dai blue jeans, pantaloni ribelli di provenienza americana che si accompagnavano al rock che si andava affermando, come il pane con il burro e la marmellata.

Capitolo I



Quella mattina Mario ce la stava mettendo proprio tutta, le note della fanfara dei bersaglieri salivano dal cortile con il loro ritornello: "taratà tà tà".
Apro la finestra e grido: "Arrivo!" Mario, soprannominato Caccola, continuava, però, imperterrito a fischiare il passo di carica, finché non lo raggiunsi in strada.

Ci avviammo svelti. Frequentiamo entrambi la quinta classe nella vicina scuola elementare delle suore. Per strada incontriamo altri ragazzi che indossano la nostra divisa, il grembiule nero ed il colletto bianco. Poco più avanti, si affannano Emidio e il fratello Claudio, superiamo Franca e Nadia che, come al solito, chiacchierano tra loro fittamente, senza nemmeno respirare e arriviamo, finalmente, nel viale della scuola, mentre la campanella comincia a trillare. In classe, la maestra ci accoglie con un'occhiataccia prima di iniziare la preghiera.

Caccola, nell'intervallo, ci racconta di aver incontrato, il giorno prima, Tex, il capo della banda rivale che si riunisce di là della piazza, che ci sfida in una gara di formula uno, intimandoci, per non perdere tempo, di dichiararci vinti a tavolino.
Max, il capo, commenta che loro hanno le macchine più veloci e la gara è pure pericolosa, si tratta di lanciarci giù per la via del colle, che, come ricorda il nome, scende ripida dalla collina e con un ampio curvone s'immette nel viale affollato di auto, inoltre le nostre monoposto sono da riparare, se accettiamo la sconfitta ci classifichiamo secondi che è un buon risultato, è una medaglia d'argento.
"Ma che cavolo dici, secondi significa ultimi e ci facciamo pure la figura dei cacasotto", interrompo, alzando la voce, "dobbiamo batterci". "Hai ragione! Giulio, cosa credevi che io dicessi sul serio?" Replica Max, dopo un attimo di esitazione, "volevo metterti alla prova, non si può abbandonare senza combattere. Ti nomino capo della gara e tu", indicando Caccola, "vai da Tex a dirgli che la vittoria se la può giusto sognare perché noi vinceremo".

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