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La triste storia di Ryan

"Mi chiamo Ryan, ho quattordici anni e i miei genitori sono ebrei, quindi lo sono anch'io. Un giorno la Gestapo è venuta a prenderci. Ci hanno legato le mani e ci hanno fatto camminare fino alla stazione dove abbiamo preso un treno carico di altri ebrei. Stavano tutti piangendo pensando alla loro triste fine; vedendoli così non potei fare a meno di pensarci anch'io. Il viaggio è durato un'eternità. Quando siamo scesi, ci hanno rapato a zero e fatto indossare delle divise azzurre a strisce blu. Poi ci hanno diviso in due gruppi, mia mamma e mia sorella di quattro anni a destra, io e mio padre a sinistra. Non sapevo ancora che fortuna mi era capitata e non avevo ancora capito che non avrei mai più rivisto mia madre e mia sorella. I tedeschi ci etichettarono con dei numeri e fecero l'appello. Ci mostrarono le latrine e il dormitorio. Dovevamo svegliarci ogni mattina alle sei per mangiare un unico pezzo di pane nero e alle sei e un quarto dovevamo lavorare. La cena veniva distribuita alle sette di sera e poi dovevamo ritirarci nei dormitori. Non erano letti, erano dei cantucci di legno che venivano usati da cinque persone contemporaneamente. Nessuno parlava, alcuni piangevano ed altri sognavano la libertà ed altri ancora la morte. Io invece stavo disteso a guardare questa triste scena. Mi sentivo gli occhi lucidi, ma non volevo piangere, non sarebbe stato quello che avrebbe voluto la mamma. Quanto mi mancava. Il giorno dopo ci svegliarono alle sei come promesso. Per la colazione ci diedero un tozzo di pane ed una zuppa di carote. Mangiai la zuppa e nascosi il pane per dei momenti in cui sarei stato più affamato. Ci diedero degli zoccoli ed uno zaino e ci portarono fuori. Qui ci fecero camminare in tondo. Vidi un uomo sulla cinquantina che cadde svenuto. I tedeschi lo presero per le braccia e lo portarono via, non lo vidi mai più. A cena ci servirono un tozzo di pane, che nascosi, e una zuppa di quelle che sembravano patate. La mangiai lentamente perché mi riempisse di più. Andammo alle docce dove fummo obbligati a lavarci. L'acqua non era potabile ed era di un colore giallastro. Un ragazzino provò a berla e cadde a terra. Nemmeno lui lo vidi mai più. Nel mio cantuccio decisi che dovevo scappare in un modo o nell'altro, anche a costo di morire. Il giorno dopo era domenica: giorno di riposo. Riuscii a fare un giro per il campo. Vidi una fossa piena di... cadaveri bruciati, ma ancora riconoscibili. Vidi il corpo di mia sorella Megs. Mi misi a correre veloce, più veloce che potevo, cercando di andare il più lontano possibile. Sentii una mano sulla mia spalla. Mi fermai e mi girai pronto a combattere. Era solo mio padre. Mi parlò, ma non lo ascoltai. Le parole entravano da un orecchio e uscivano dall'altro. Ero totalmente accecato dal pianto. Corsi via, sentii mio padre chiamarmi, ma non mi voltai. Andai nel dormitorio per recuperare il sonno perduto; così mi dissi almeno. Persi le poche forze che mi restavano per piangere. Vidi il fantasma di Megs che mi parlava. Mi diceva di essere coraggioso e di resistere. Cercai di abbracciarla, ma caddi. Come potevo essere forte in un momento simile? Mi sentii la testa girare. Ci chiamarono per la cena. Nascosi il pane e mangiai la zuppa. Mi sentivo stanco. Mi addormentai subito. Ogni giorni i tedeschi portavano via altre persone ed un giorno toccò a papà. Erano già due mesi che stavo in questo posto orrendo. Ci avevano ridotto a degli stecchini. Vidi papà cadere e in quel momento realizzai che i tedeschi stavano portando via la mia sola famiglia. Cercai in un atto disperato di fermare i tedeschi, ma altri mi fermarono. Piansi tantissimo; mi sentivo solo e indifeso. Mi sentivo morire. Ogni giorno mi svegliavo, lavoravo e dormivo, così trascorsi tre anni: ero debole, magro e non stavo in piedi. Una notte sentii dei bombardamenti. Erano gli alleati venuti a salvarci dalle tirannie di Hitler. Questa notizia mi diede la forza di alzarmi e di correre, corsi fino alla libertà. Mi fermai sfinito, quando vidi dei soldati russi venirmi incontro fui pazzo di gioia. Fu il giorno più felice della mia vita.

 

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1 commenti:

  • Anonimo il 02/02/2010 18:12
    È scritto molto bene, ma di queste realtà ne sono pieni i libri!

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