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Servo di un Dio

Lo schiavo alzò sollevò lo sguardo al cielo, dalla sabbia sotto i suoi piedi.
Quello sarebbe stato l'ultimo. L'ultimo enorme blocco della grande tomba che gli schiavi stavano costruendo ormai da vent'anni.
La tomba di un Dio.
Lo schiavo non sentiva più la fatica, abituato com'era a lavorare senza sosta dall'ora in cui si svegliava fino alla sera, quando il sonno prendeva il sopravvento. Le piccole pause per mangiare qualche frutto secco o per dissetarsi erano talmente brevi che quasi costavano più sforzo che il semplice continuare a lavorare. I tamburi, suonati da coloro che erano stati tanto fortunati da nascere con menomazioni che impedivano il lavoro, o storpiati da gravi ferite, scandivano cupamente ma con costanza il ritmo del suo lavoro e di quello dei suoi innumerevoli compagni.
Si può dire senza sbagliare che tutti si somigliavano, dopo aver vissuto in quella maniera per parecchi anni. Lo schiavo, come tutti gli altri, aveva la testa completamente rasata, in parte per poter sopportare meglio il caldo torrido, in parte perché comunque non sarebbero cresciuti molti capelli sulla cute colpita spesso dalle fruste e continuamente abrasa dal vento sabbioso. L'unico vestito che gli schiavi indossavano, sia durante il lavoro che nel pieno della notte, era un semplice straccio portato intorno alla vita, che bastava a malapena a coprire le parti intime. La corporatura era spesso esile, per via delle continue privazioni, ma mostrava un ben definita muscolatura secca e asciutta.
Mentre lo schiavo, assieme ad altri dieci compagni, trascinava l'ultimo blocco che avrebbe composto la piramide, un terribile senso di oppressione e ansia si impadroniva di lui. Sapeva che quell'ultima parte, la punta, era completamente coperta d'oro, e che la responsabilità sarebbe ricaduta su di lui e su tutto il resto della famiglia se fosse rimasta danneggiata, o peggio, se fosse caduta. Quello che lo schiavo temeva di più non erano le fruste dei padroni, a cui ormai era abituato, ma la collera degli dei. La piramide sarebbe stata la porta di ingresso del faraone nell'aldilà, e se lui o chiunque altro avessero anche solo minimamente rovinato questa porta, Anubi, Osiride, o peggio, Seth, avrebbero scagliato contro di lui le più terribili maledizioni.
La scalata si stava dimostrando più difficile del previsto. Il caldo eccessivo faceva evaporare troppo facilmente l'acqua con cui veniva compattata la rampa che portava alla cima della piramide, e il terreno era sempre più cedevole. Di colpo la corda a cui era legata la punta d'oro si tese, conficcandosi nella spalla dello schiavo. Preso dal panico, si voltò a guardare i compagni.
Se lo sarebbe dovuto aspettare.
Era sempre stato contrario al fatto che Yassef fosse entrato permanentemente nella sua squadra, ma non aveva mai potuto fare niente per cacciarlo. L'incapace era scivolato, aveva perso la presa sulla corda, e stava ora venendo frustato, cosa che certo non aiutava i restanti nove a compiere il lavoro. Era già la seconda volta, quel giorno che Yassef creava problemi.
Per prima cosa, aveva tentato di fuggire.
Idea ridicola, certo, ma non per un novellino come lui. Dopo mezz'ora di corsa nel deserto aperto, oltre la zona in cui di solito si riversavano le piene del Nilo, era stato costretto dalla fame, dalla sete e dalla fatica a tornare. Non c'era stata clemenza per lui. I guardiani avevano già ucciso sua figlia, che sarebbe stata comunque inutile come lavoratrice. Era una consuetudine, questa di colpire i membri della famiglia di chi fuggiva, di cui Yassef inspiegabilmente non sapeva nulla. Forse l'idiota l'aveva dimenticato, o molto più probabilmente non gli importava, poiché almeno lui pensava di salvarsi. Ma la punizione non si concluse certo in quel modo: Yassef fu trascinato urlante verso il solito blocco di pietra, ormai sporco del sangue di innumerevoli altri schiavi, e gli fu tagliato via senza troppe cerimonie il mignolo sinistro. Questo avrebbe influito in maniera minima sulla sua produttività, ma il dolore gli avrebbe ricordato a lungo che la fatica era di gran lunga preferibile alla fuga.

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2 commenti:

  • Oliviero De Angelis il 07/05/2011 18:52
    te l'ho gia detto ma questo racconto mi prende ogni volta che lo leggo e sei riuscito a far capire come la mente umana sia condizionata dalle conoscenze che gli si impone dalla società fino a quando non c'è la molla che fa scattare il dubbio
  • Anonimo il 05/07/2010 19:03
    Non è facile, non è per niente facile elaborare un racconto che sento di poter definire "storico" di tale dimensione. Oltre ad una trama che avvolge il lettore, oltre alle meticolose descrizioni storiche, questo racconto porta con sé una saggezza difficile da ritrovare in opere ben più blasonate. Ottimo lavoro. Fai solo attenzione a qualche piccolo errore di battitura, ma niente di preoccupante!

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