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L'errore perfetto

Le gocce in vetro del lampadario riflettono una polverosa luce sul tavolo scuro e venato. Il vetro dell'orologio a muro danza al ritmo del passaggio di una macchina sul selciato. Accappatoio, tovaglia e maglie di lana attendono il loro destino dentro la cesta dei panni. Neanche una parola è sospesa nell'aria. Non c'è nessun ricordo da trattenere.
All'improvviso, mi è apparso il ricordo di quel pomeriggio. Il padre di Maria Elena aveva la barba bianca, le sopracciglia scure e il corpo goffo. Aveva gli occhi gentili anche il giorno in cui ci stava portando al teatro. Spettacolo di marionette e di vera felicità. Quella dei bambini. L'unica possibile.
La lampada dell'illuminazione pubblica copre d'oro la finestra della mia camera. Vorrei avvicinarmi. Da qui posso soltanto vedere quella luce fissarsi sulla tenda senza riuscire a oltrepassarla. Buio e luce. Pieno e vuoto. Leggero e pesante. Caldo e freddo. C'è un istante in cui coincidono.
Si fermò davanti alla vetrina di una bottega di quadri e stampe. Io e Maria Elena continuammo a schiamazzargli intorno, saltellando per l'entusiasmo della gita appena cominciata. Il papà di Maria Elena fu affascinato da un dipinto che ritraeva un uomo di spalle intento ad osservare un surreale acquario sul fondo del quale, piccoli e distanti, passeggiavano una donna e un bambino tenendosi per mano. Affermò che quel bambino raffigurava il tradimento della felicità. In quell'uomo che mostrava soltanto la propria schiena gli sembrò di riconoscere se stesso. Poi disse a me e a Maria Elena di non correre tra i passanti e frugò in tasca per cercare le sigarette. Ne accese una. Abbassò la falda del cappello sulla fronte e, camminandoci vicino disse <Era Dio>. <La mamma nel quadro era Dio> aggiunse.
In Via delle Antiche Porte, nell'appartamento al secondo piano, nel mio appartamento, c'è soltanto silenzio. Silenzio appeso alle pareti, appoggiato agli scaffali. Silenzio negli angoli, sui tappeti, tra i solchi dei mattoni, nella vasca da bagno, sulle maniglie e sui davanzali. Silenzio accanto ai comodini, dentro gli armadi, in ordine tra i libri, sopra la conserva nella mia dispensa e seduto sulle scale. Silenzio che somiglia a luce.
Il papà di Maria Elena e il giorno dei burattini. Ricordi da bambino, ora che sono vecchio! Spesso penso ai miei genitori che l'esistenza se la sono costruita. Pezzo a pezzo. Il kit di montaggio delle loro vite non comprendeva neanche le fondamenta. Le hanno costruite loro, senza esperienza, senza istruzioni. Vita complicata, tortuosa e enorme al tempo stesso. Impossibile, ma realizzabile. Vera. Tendevano le braccia alla vita. Loro. Continuamente. Erano convinti di poterlo acciuffare davvero il futuro. Nessun girovagare esistenziale come ho fatto io. <Alle tue spalle troverai soltanto domande e ricordi stratificati uno sull'altro>. Diceva mio padre. <Bisogna andare avanti, se necessario, anche a testa bassa. Se vuoi sopravvivere cammina sempre a passo sostenuto e scavaci poco dentro quei ricordi o rischi di impazzire>.
Il suono del campanello si diffonde nel soggiorno rilasciandone l'eco. Un cane lontano abbia ai suoi fantasmi. Sono in cucina e mi appare l'immagine di un cosmonaufrago che si aggrappa alla vita perché è l'unico approdo di fortuna tra la nascita e l'eternità.
I miei genitori e i loro consigli se ne sono andati quando ero molto giovane. Poi, per 38 anni ho consegnato la posta a Borgo Roveti, un paese di mille e duecento anime. Ero l'unico postino in servizio nel borgo e sono stato adottato dai residenti. Ho vissuto nelle loro case, ogni giorno, fino al tramonto. Tra pasti offerti, dolci da assaggiare, bicchieri di vino da gustare e racconti di vita da scambiare. Ho due figli che vivono in Germania. Sono vedovo. All'età di diciannove anni mi sono sposato con Maria Elena. La amo come prima. Penso a lei continuamente.
Ora sono qui, nella mia casa in Via delle Antiche Porte. Non si sta consumando nessun commiato di quelli da ricordare. Nessuna uscita di scena spettacolare. Sono semplicemente steso sul pavimento della cucina e, nei pochi attimi che mi rimangono, sto pensando che non è esatto, come si è soliti dire, che si nasce e si muori soli. Al nostro arrivo al mondo si è attesi. C'è la mamma. C'è Dio, aveva detto quel giorno il papà di Maria Elena. Faccio questo pensiero, vorrei trattenerlo. Invece, già sono lontano e mi è impossibile ricordarlo.

 

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1 commenti:

  • Anonimo il 02/03/2010 20:00
    Un racconto molto bello e scritto benissimo. Complimenti.

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