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Ombre

La vecchia pendola suonò tre rintocchi. Echeggiarono nella stanza semivuota con un lungo strascico sonoro. L'anziano signore sulla sedia a dondolo si destò di colpo e si guardò intorno con occhi ancora annebbiati dal sonno. Si era appisolato ed erano già le tre del mattino. Non aveva molto da fare nelle sue lunghe giornate da pensionato e la sera soprattutto la passava ad aspettare che arrivasse il sonno. Si era messo un libro sulle ginocchia e aveva iniziato a scorrere le pagine leggendo frasi qua e là. A un certo punto doveva essersi addormentato. Andiamo a letto si disse e si tirò su. Tutto il suo corpo mandò segnali di protesta; le gambe cigolarono come vecchi cardini arrugginiti, la schiena scricchiolò come un ramo secco, il suo collo addirittura sembrò urlare. Ma fu in piedi nonostante tutto, con i dolori aveva imparato a convivere. Poggiò il libro sulla sedia e si diresse in camera, più trascinandosi che camminando. Aveva i piedi scalzi e li faceva scivolare sul pavimento fresco per darsi un po' di sollievo, sentiva il fuoco dentro soprattutto la sera da un po' di anni a questa parte. Maledetta vecchiaia pensò. Maledetta. Era molto raro che uscisse. Solo per comprare qualcosa da mangiare e comunque ciò che acquistava gli durava giorni. Mangiava poco e spesso si dimenticava persino di farlo, il suo stomaco non si lamentava come il resto del suo corpo. Era abituato a mangiare pane raffermo, dopo averlo passato sotto l'acqua, e carne o pesce in scatola. La sua memoria non aveva foto di un pasto decente da quando la sua povera moglie era morta dieci anni prima. Non gli piaceva ammetterlo ma a volte si rendeva conto di non fare altro che aspettare di raggiungerla. Non aveva nessuna compagnia, nessuno lo andava mai a trovare e il vecchio televisore del soggiorno si era guastato la settimana prima. Ed era esattamente una settimana che non usciva e che non aveva notizie del mondo esterno. Non sapeva quindi che in paese nell'arco di quella settimana erano tutti scomparsi. Se avesse fatto un giro per le vie durante il giorno, avrebbe visto regnarvi la desolazione. Durante la notte invece il paese brulicava di vampiri. Vampiri che fino a qualche giorno prima erano stati suoi vicini di casa, suoi compaesani, suoi conoscenti. Avevano tutti subito una metamorfosi, avevano tutti lasciato lo stato di esseri umani per diventare creature della notte. L'anziano signore arrivò in camera. Lo accolsero le ombre della stanza, sembravano appese ai mobili come lenzuola scure. Si muoveva spesso al buio per ridurre la bolletta dell'energia elettrica, distingueva la sagoma del letto e dell'armadio e sapeva come muoversi. Quella sera c'era però qualcosa di strano nella stanza, una sagoma scura che non ricordava appesa all'armadio. Un'ombra in più che non sapeva proprio a quale oggetto associare. Ma il suo cervello gli disse che non poteva essere un oggetto, si muoveva, dondolava in modo quasi impercettibile come un panno steso all'aria in un mattino senza vento. Il suo cervello aveva anche percepito un odore strano, dolciastro, come di mele marce in fermentazione. Se avesse voluto riassumere tutto in una sola parola, quella più adatta poteva essere pericolo. Smise di strisciare i piedi e si piegò in avanti. Aveva sentito un rumore. Non seppe definirlo ma si protese verso il punto da cui gli era parso che fosse arrivato. Di nuovo. Qualcosa che sfregava contro qualcos'altro. Rieccolo. Denti, ecco cos'erano. Denti che sfregavano gli uni sugli altri, nervosi. C'era qualcosa che non andava, cominciava ad avere paura. Indietreggiò di un passo, le gambe erano tronchi pesanti. Si girò con l'intenzione di uscire dalla stanza ma qualcosa gli fu sulle spalle. Qualcosa o qualcuno. Si era lanciato su di lui probabilmente da sopra l'armadio e ora gli stava addosso. Non pesava molto ma era forte, lo stava trattenendo con le mani sulle spalle senza alcuna difficoltà. Di nuovo quel rumore, questa volta molto vicino al suo orecchio. Denti che strisciano fra loro e che si avvicinano al suo collo. L'anziano signore diede uno scrollone, forse con la forza della paura e riuscì a liberarsi di quel malefico fardello. Si girò a guardarlo, anche se non voleva. La sua testa ruotò in modo autonomo, forse comandata da una mente esterna. Quello che vide doveva essere per forza uscito da un film dell'orrore. Due occhi neri, profondi come pozzi senza fondo, lo guardavano magnetici e vibranti. Galleggiavano sul mare bianco di quel volto senza vita e lo guardavano. I lineamenti erano ancora quelli del signor Antonio, un contadino che viveva in una cascina ai bordi del paese. Riconobbe il viso anche se trasformato dal male che lo aveva infettato. Perché a questo pensava il vecchio signore, che si trattasse di un virus, di una malattia sconosciuta, non poteva essere altrimenti. Non poteva trattarsi di un... vampiro. Quella parola esplose letteralmente nella sua testa come la detonazione di un colpo di pistola, nel momento stesso in cui la creatura che era stata un suo compaesano affondò i canini nel suo collo. Continua...

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