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Il fiore amaro dell'ailanto

«Che giornata! » esclamò il principe fermandosi ad osservare il Càssero scivolare come un fiume verso il blu cobalto del mare tra due sponde ininterrotte di antichi edifici che un cielo azzurro, acceso dal sole del primo mattino, caricava di rossi e di gialli.
«Voscenza s'abbenerica» salutò don Peppino senza interrompere le sue faccende mattutine.
«È propiu 'na bbedda jurnata ri suli, eccellenza... » aggiunse avvicinandosi lento alla soglia- poi, in un pallido italiano: «il buon dio ci regalò chistu soli che illumina la notte, peccato ca nun rinesce accussì bene a riscaldare lu nostru cori».
«Non è colpa del sole, » dichiarò con calma il principe «è che siamo un popolo infelice e malinconico, eternamente insoddisfatto e sempre alla ricerca di qualcosa... che sfugge... eppure certi di non poterla mai raggiungere. Siamo un popolo disperante! »
«Eccellenza chi cci voli fari, » replicò don Peppino allargando le braccia, «siamo vecchi e stanchi. Sì, stanchi eccellenza. Vitteru tuttu 'ste mura, » disse picchiando la mano nodosa sul legno dell'imposta.
«Eretici e autos da fè, apostoli e annunciazioni, rivolte e impiccagioni, restaurazioni, repubbliche, re e imperatori, cento conquistatori e tutte le lingue e le illusioni del mondo, hanno visto queste mura don Peppino, » confermò amaro il principe e continuando:
«siamo vecchi, troppo vecchi. E indifferenti. Sempre rassegnati e muti, pronti a piangere noi stessi. Sempre sconfortati... e con la segreta voglia in corpo di farla finita. »
Aggiunse quelle ultime parole sottovoce, quasi temendo che per tanto ardire, lì per lì, si abbattesse su di lui uno strale della collera divina.
«Vasàmo li manu» salutò l'uomo mentre il principe continuava la lenta discesa verso il mare.

Don Raimondo di Montecateno, ultimo dei principi di Leonforte, di antica e illustre discendenza catalana, era il perfetto prodotto di secoli di iattanza coscienziosa e di noia spensierata.
Abitava, come i suoi antenati da innumerevoli generazioni, il vecchio palazzo di famiglia nei vicoli ora sudici dell'Albergheria: una cupa costruzione priva ormai dei segni dell'antico splendore. Quelle mura avevano conosciuto tutta l'arroganza e i privilegi di secoli di ladronerie e di sprechi di quell'"orrenda razza spagnola" che aveva messo in ginocchio l'Isola, e tutto lo sfarzo e il lusso che solo la nobiltà Siciliana conosce. Ma dell'antico fulgore non era rimasto nulla oltre quelle mura e nulla dell'immenso patrimonio, dissipato dal bisavolo per la causa indipendentista ai tempi del Comitato Rivoluzionario di Ruggero Settimo, dal nonno tra tavoli da gioco e ballerine francesi e dal padre in folli spedizioni archeologiche alla ricerca della biblica arca di Noè.

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2 commenti:

  • Gaetano Grisafi il 11/02/2011 08:45
    Ti ringrazio di cuore Suzanne.
  • Anonimo il 11/02/2011 01:04
    Fantastica Sicilia.
    Molto bello.

    Suz

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