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Il crollo del panorama

Lei generalmente osservava il panorama fuori dall'abitacolo, intorno alla strada, quella porzione di strada che si snodava davanti al parabrezza dell'auto. In certi momenti pareva che i suoi pensieri seguissero le onde sinuose delle colline, evitando che gli oggetti di quelle sue immagini si scostassero mai troppo dai suoi preferiti. "Guarda la fila di quei cipressi, come disegna tutto il profilo...", diceva certe volte con voce calma e sussurrata, e lui osservava quanto indicato continuando a guidare e annuendo, convinto della straordinaria capacità che lei aveva, di notare dei particolari che da solo non avrebbe mai visto. L'andatura che teneva con la sua macchina in quelle occasioni risultava addirittura leggermente più lenta di una velocità già prudenziale, ed a volte lui, senza mezze misure, uscendosene con un'espressione o un gesto di stizza, se la prendeva con coloro che volendo sorpassare la sua auto suonavano il clacson o lampeggiavano con i fari, quasi che la sua guida fosse solo un ostacolo al percorso nevrotico di quei pazzi che neppure guardavano le bellezze del panorama che avevano attorno.
Fondamentale, per loro due, restava viaggiare come alla scoperta di un mondo nuovo, spesso meraviglioso. C'erano momenti in cui la loro attenzione era interamente catturata da quella natura verdeggiante, e i loro discorsi pareva che solo distrattamente si andassero ad occupare di altre cose, come se l'argomento principale restasse sempre e comunque godersi il paesaggio. Così facendo pareva ad ambedue che tutti i loro problemi rimanessero chiusi alle spalle, ed evitassero così di venire a contatto con quel panorama. Certe volte però lui diceva qualcosa a proposito della loro situazione: si lamentava di quell'abitare troppo lontano, di quel vedersi di rado, e soprattutto dello scarso interesse che lei pareva dare alla loro relazione ogni volta che si erano salutati, quasi che, una volta tornati, dentro di lei si chiudesse invariabilmente qualcosa.
Era come se, una volta lontana, in lei venisse meno qualsiasi volontà per incontrarlo di nuovo, e così ecco che lui si metteva a studiare sulla carta stradale un percorso che si inerpicasse tra nuovi paesaggi e vedute, in modo da poterle proporre, almeno per il fine settimana seguente, un nuovo viaggio alla scoperta di qualcosa, qualcosa di cui poi ambedue, vivendo assieme e intensamente quel loro viaggiare, restavano assolutamente soddisfatti e felici, almeno per quel paio di giorni. Poi iniziavano per tutta la settimana quelle telefonate antipatiche in cui lei, abitando con i genitori ormai anziani, pareva rispondergli con un certo distacco, quasi che la sua vita vera e propria fosse tutta a contatto solo con quella realtà, quella della sua famiglia, in quel paese ad un'ora di treno, lanciando lungo quel filo del telefono quasi una malcelata indifferenza nei confronti di lui.
Lui al contrario viveva da solo in quel piccolo appartamento in città, e sapeva bene quanto quella sua solitudine certe volte fosse un pugno allo stomaco, e quanto purtroppo fosse qualcosa che lei non riusciva a comprendere e forse neppure ad immaginare, nonostante le sue spiegazioni su ciò che provava, e certe volte anche l'insistenza a cui era dovuto ricorrere per riuscire a trascinarla, quelle rarissime volte, fin nella sua casa. In certe occasioni, per piccola ma pura provocazione, lui aveva parlato di quei fine settimana, durante i quali spesso si fermavano a dormire in qualche pensione sperduta, come di una fuga dalla realtà, ma lei, pur non sentendosi assolutamente d'accordo con quella espressione, aveva sempre evitato di farne oggetto di qualsiasi polemica.

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1 commenti:

  • Sergio Maffucci il 28/04/2010 09:46
    GRazie del tuo commento.
    Non tutte le ciambelle riescono con il buco.
    In numerosi anni è il primo commento molto critico su questa paginetta di dozzina.
    Io prendo sempre nota e ne faccio tesoro.
    Mi sono affacciato su due tuoi brani, anche loro privi di buco...
    Già il loro aspetto grafico con periodi molto lunghi e senza paragrafi, mal dispone alla lettura. Se aggiungiamo alle numerosi ripetizioni, in particolare del verbo parere, alle incongruenze di alcuni lemmi nel contesto in cui sono usati e alla confusione della narrativa, appesantita non solo da quanto detto ma da un'insipienza dell'argomento, mi tengo stretto il mio banale e forse anche le banalità degli altri racconti qui messi e che forse non hai nemmeno visto.
    Ti auguro di scrivere cose banali simili alle mie: qui ce ne sono pochissime, perché ho preso quasi subito le distanze da questo sito che non mi offriva stimoli come gli altri che ho frequentato e frequento.

    Senza spocchia e/o supponenza.
    Ciao

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