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Notturno

1.
L'odore dominante di quel locale sotterraneo era quello di muffa, ma piacevolmente lieve e per nulla stantio, quasi a ricordare l'originale funzione per cui le cantine erano state inventate. In quella, però, non vi erano rastrelliere piene di polverose bottiglie di vino o salumi allegramente appesi a profumare l'aria di intensi effluvi alimentari. I pochi oggetti presenti nell'ambiente erano un paio di sedie, un tavolino di formica e una strana cassa la cui oscura mole svettava in un angolo quasi completamente buio nella parte opposta del locale.
Sulla seconda sedia, quella non occupata da me, vi era una figura umana, polsi e caviglie strettamente assicurati da una corda e con la testa reclinata sul petto, inerte come fosse narcotizzata o priva di sensi. Ancora non dava segno di volersi svegliare, quindi mi assestai meglio sulla traballante e vecchia seggiola impagliata che occupavo e attesi.
Girai la testa verso l'unica feritoia che collegava quel locale ipogeo con il resto del mondo. In realtà la feritoia non dava direttamente verso l'esterno, ma su di un pozzetto in cemento che sbucava all'aria aperta un paio di metri più in alto. Un altro piccolo accorgimento, pensai, per rendere la sua tana ancora più sicura e inaccessibile al mondo esterno. Un lieve chiarore filtrava ancora da quell'angusto pertugio, ma stava velocemente scemando. Eravamo già oltre l'ora del tramonto e gli ultimi baluginii di luce solare stavano cedendo il campo all'oscurità della notte.
«C'è ancora tempo. » pensai e mi alzai per assicurarmi che i legacci fossero ben stretti e lo trattenessero alla sedia metallica senza che potesse avere alcuna possibilità di liberarsene. Se fosse successo, non sapevo cosa sarebbe stato di me, ma in quel momento ero convinto che non sarei sopravvissuto per scrivere questo resoconto.
In quegli ultimi attimi prima che il confronto iniziasse, ebbi un moto di dubbio per ciò che mi apprestavo a fare. Dall'inizio dell'impresa sapevo che avrei messo in gioco la mia vita e, probabilmente, anche qualcosa in più, ma l'impulso di sapere era talmente forte nel mio animo che avrei rischiato tutto il necessario per avere quelle risposte che mi tormentavano e che non avrei potuto ottenere in nessun altro modo.
Il momento passò e nel tempo che ancora mi rimaneva prima del suo risveglio ripensai a tutto quello che avevo compiuto per giungere fino al punto in cui mi trovavo.
Sono un accademico, un professore specializzato in storia balcanica e da anni conduco una ricerca sul fenomeno del vampirismo. Così come molte superstizioni del voodoo sono state svelate grazie alla moderna scienza, così avevo intenzione di fare per questo fenomeno condannato come abominio diabolico e che invece, a mio avviso, poteva essere inquadrato in modo scientifico e rigoroso e spiegato, e probabilmente addirittura riabilitato, agli occhi della società e della religione. In caso contrario, avrei probabilmente scoperto in prima persona cosa significasse essere un figlio delle Tenebre.
In realtà ero pronto per entrambi gli scenari: il mio spirito razionale credeva e sperava in una spiegazione del fenomeno, ma dentro di me sapevo che forse secoli di leggende potevano avere un fondo di verità e, in quel caso, avrei scoperto una dimensione dell'essere notevolmente differente da quanto siamo soliti immaginare.

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1 commenti:

  • luigi castiello il 29/07/2012 12:09
    bella storia, articolata molto bene, spero che troverai le mie storie altrettanto interessanti. ciao a rileggersi

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