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Il serpente Jangurd

Il serpente Jangurd, con i grossi occhiali da sole sul naso e il cappello sulle ventitré, se ne andava a spasso ai margini della foresta, sibilando allegramente. Ad un tratto si sentì piombare addosso qualcosa ed ebbe l'impressione che la sua testa fosse presa in una tagliola. No, non era una tagliola. Erano i denti di una mangusta, la terribile nemica dei serpenti, che lo fissava con l'aria cattiva di di trionfo di chi ha appena abbattuto un nemico.

"Scusi - disse il srpente che era molto spiritoso - ci deve essere un equivoco. Io non la conosco e non riesco ad immaginare il motivo di tanta confidenza". Per tutta risposta la mangusta, stringendo ancora di più i denti, fece fare alla testa del serpente due o tre giri veloci e così al povero Jangurd vennero il capogiro e la nausea."Insomma! - gridò quando riprese fiato - mi vuole dare una spiegazione? Che cosa le ho fatto?" La mangusta, parlando tra i denti per non mollare la presa, disse: "Lo sanno tutti che i serpenti sono nemici degli uomini ed io devo difendere il mio padrone che abita in quella villa laggiù, dove finisce la foresta". Jangurd sorrise: "Che iserpenti siano i nemici degli uomini è probabile ma io personalmente non ho niente contro di loro e meno che mai contro il suo padrone che non ho mai visto e che non so chi sia. Dunque non abbia scrupoli e mi lasci andare". Ma la mangusta era testardaed anche un po' sciocca. "I serpenti sono nemici degli uomini, tu sei un serpente e quindi anche tu sei nemico degli uomini. Di lasciarti andare non se ne parla neppure". Jangurd sospirò e disse: "Allora mi porti dal suo padrone e speriamo che sia più ragionevole di lei". La mangusta stette un po' a pensare, poi disse. "Va bene, andiamo" e sempre tenendo Jangurd tra i denti si incamminò verso la villa. Quando furono arrivati, la mangusta spinse con la zampa la porta d'ingresso, entrò, attrversò molte stanze e finalmente si accucciò davanti ad un uomo alto e grosso che, seduto in poltrona, stava leggendo un libro. Alla vista di Jangurd l'uomo scattò in piedi, andò ad una parete, ne staccò un fucile e lo puntò contro la testa del serpente. La mangusta fece un rapido scarto a destra e con una mimica speciale nota al padrone fece capire all'uomo che il serpente sosteneva di essere un anumale pacifico, per niente nemico degli uomini. "Va bene, lascialo" - disse l'uomo ma continuò a tenere il fucile imbracciato, pronto a sparare. Appena liberoJangurd, per riprendersi, dette due o tre scrollatine di testa, tirò fuori un paio di volte la lingua sottile e vibrante, respirò profondamente producendo un leggerissimo ed elegante sibilo. Poi improvvisò un'originalissima danza, arrotolandosi su se stesso, alzandosi in perfetta verticale, disegnando sul pavimento, con rapide torsioni del suo lungo corpo, bellissime onde. Infine si appiattì adagio adagio su una lunga stuoia di corda, restando immobile e tutto compiaciuto della sua prestazione artistica. L'uomo lasciò cadere il fucile a terra e, battendo a lungo le mani per applaudire Jangurd, scoppiò in un'allegra risata, sentendosi, dopo tanto tempo che viveva nella giungla, felice e senza paura. Batté la mano sulla testa di Jangurd in segno di amicizia e disse: "Resterai con me. Non ti farò mai mancare latte e topi e nei giorni di festa avrai anche un bel coniglio. Ti preparerò un bel canestro di vimini al calduccio e non dovrai più temere né il freddo né le manguste". La mangusta, molto contrariata dall'idea di avere in casa un ospite cos' insolito, rifer' tuttavia al serpente tutto il discorso del padrone. Jangurd scosse la testa e, rivolto alla mangusta, disse: "Apprezzo molto l'offerta del tuo padrone ma non posso rinunciare alla foresta, alle arrampicate sugli alberi, alla caccia ai conigli sevatici. No, non posso proprio rinunciare a sdraiarmi sulla roccia arroventata dal sole e a starmene immobile a gustare il silenzio o ad ascoltare il ronzio degli insetti e il canto degli uccelli. Però se la mia danza rallegra il tuo padrone (e calcò sulla parola "tuo"per dimostrare con il passaggio dal "lei" al "tu"che non era in collera con la mangusta) qualche volta verrò a tenergli compagnia". Questa volta l'uomo non ebbe bisogno della traduzione della mangusta. Aveva capito il rifiuto del serpente e non poteva dargli torto. Con un sorriso un po' triste disse: "Pazienza, mi accontenterò delle tue visite quando vorrai farmele". Jangurd eseguì una verticale e poi chinò la testa in segno di saluto. Strisciando lentamente, si allontanò. "Vecchia mia - disse l'uomo rivolto alla mangusta - siamo troppo soli. Dobbiamo andare più spesso nella foresta e farci degli amici". La mangusta lo guardò a lungo. Chissà se aveva capito?

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